Prodi: «Non ho capito nulla ma sono molto preoccupato»

Laura Cesaretti

da Roma

È molto preoccupato per le sorti di Rcs e del «Corrierone», Romano Prodi. «Le interviste che ho letto mi lasciano estremamente preoccupato», ha fatto sapere ieri da Bebbio, residenza estiva emiliana dove festeggiava il compleanno con 66 candeline, 100 parenti, 2 torte, una telefonata di Enzo Biagi e una Croma comprata perché «bisogna aiutare la Fiat» (e Montezemolo, che resiste alle scalate a Rcs). L’intervista in questione è quella a Ubaldo Livolsi «in cui si dice che sostanzialmente c'è un piano di scalata». E che giudizio si è fatto il leader dell'Unione di questa eventuale scalata? «Nessuno - ha risposto - perché non ho la minima idea di cosa realmente sia successo». Ma non di meno, la preoccupazione resta, e cresce.
E l’Unione segue il Professore, nel paventare le mani sul Corriere di Berlusconi, nel dubitare delle sue smentite, nel suonare l’allarme contro le scalate. Con varie sfumature di intensità, va però detto, con i diessini un po’ meno veementi di altri nell’invocare la vigilanza democratica sulla libertà di stampa insidiata dal premier. Questione di nuances, senza dubbio. Cauto Pierluigi Bersani: «Le conferme o smentite di Berlusconi lasciano il tempo che trovano, resta un grande interesse e preoccupazione perché i movimenti in corso attorno al Corriere della Sera nascono con intenzioni che non credo siano solo speculative». Dubbioso Vincenzo Visco: «Siamo di fronte a indizi rilevanti. Dalle intercettazioni alla esplicita presa di posizione di Livolsi, fino alle amicizie internazionali: non dimentichiamo che Agag è stato ospite della famiglia Berlusconi in più occasioni». Moderato Peppino Caldarola: «Il premier ci sta dicendo che d'ora in poi non vuole occuparsi di Rcs, ma che voglia convincerci che non se ne sia occupato prima, be’ su questo qualche dubbio è legittimo...». Prudente anche la fassiniana Marina Sereni: «In un caso come quello di Rcs non possiamo pensare che i meccanismi di mercato siano sufficienti, c’è bisogno del massimo possibile di trasparenza perché quella scalata non è una normale operazione imprenditoriale». Luciano Violante si mostra rassicurato dalla smentita: «Meglio tardi che mai, prendiamo atto dell’impegno dichiarato che evidentemente chiamerebbe pesantemente in causa la stessa responsabilità politica di Berlusconi qualora dovesse venir meno».
Assai più energico Tonino Di Pietro, che sente odor di Mani pulite e si rimette la toga: «La smentita di Berlusconi non smentisce nulla, ci sono le prove che dimostrano il suo coinvolgimento nella vicenda Antonveneta». E reclama una commissione parlamentare «da istituire al più presto per far luce su tutto l’affare». Alfonso Pecoraro Scanio attacca: ««Berlusconi è un vero estremista del conflitto d'interessi. Sta lavorando per aggravarlo» perché «quando non c'è lui direttamente coinvolto, ci sono amici, prestanomi o soci in affari. Questa è la realtà ed è difficile da smentire». Stessa linea per il vice presidente dei deputati della Margherita Renzo Lusetti per il quale «la smentita di Silvio Berlusconi sulla vicenda Rcs non smentisce la questione più importante e cioè quella del gigantesco conflitto d'interessi del premier». Anche il socialista Ugo Intini è preoccupato perché «i segnali di manovre non chiare intorno al Corriere della Sera si moltiplicano». Manovre che l’editore-senatore ds Stefano Passigli vorrebbe fermare presentando un emendamento alla riforma sul risparmio dove si dirà che le azioni editoriali non debbono essere usate per ottenere prestiti bancari con l'obiettivo di «scalate» nel settore dell'informazione.