Prodi non riscalda la platea di Ségolène

nostro inviato a Lione

Prodi parla al popolo socialista, ma a Lione il popolo socialista non lo capisce. Un’esibizione imbarazzante, peraltro non per colpa sua. Anziché partecipare personalmente a un comizio elettorale di Ségolène Royal, come aveva fatto la settimana scorsa Zapatero, il presidente del Consiglio italiano ha inviato un video, ma il risultato è sconcertante. Lui ce l’ha messa tutta: ha parlato in francese, con pronuncia accettabile, ma la qualità dell’audio era talmente scadente che i ventimila militanti riuniti hanno capito una parola su cinque: una voce gracchiante e disturbata da un brusio di fondo. Forse meglio così: perché da dire Romano Prodi aveva davvero poco.
Con il consueto eloquio impastato, ha invitato i francesi a prendere esempio dagli italiani: «Le forze socialiste e democratiche si devono unire. Noi abbiamo già iniziato e il governo che dirigo è già il risultato di questa convergenza». Un risultato che è tutt’altro che esaltante, come noto anche in Francia, ma questo è un dettaglio che Romano ovviamente non menziona. Il suo è un discorso mellifluo, da autentico democristiano, con un solo obiettivo: tirare la volata a Bayrou, più che a Ségolène, incoraggiando l’abbraccio tra il leader centrista e la candidata della «gauche».
Romano non è un socialista e i ventimila militanti riuniti a Lione lo sanno benissimo. Quando la portavoce della Royal cita Zapatero, la folla esplode in un boato, quando annuncia il filmato di Prodi parte solo un applauso. La differenza è palpabile. Il primo fa sognare, il secondo, evidentemente, no. Il premier italiano cerca di motivare gli elettori francesi: «Con questa elezione parteciperete al rinnovamento non solo della vita politica francese ma anche di quella europea». E cita il filosofo Montaigne: «Bisogna sfregare il proprio cervello con quello degli altri per incoraggiare la riflessione». Insiste: «Noi in Italia lo abbiamo fatto, ora mi auguro che tocchi a voi francesi». Conclude con un paio di prudentissime banalità sull’Europa («vi ascolteremo e discuteremo con voi progetti concreti») ed elogiando «l’immaginazione, la creatività, il coraggio di Ségolène».
Prodi doveva scaldare l’auditorio prima dell’arrivo della Royal, ma l’esito non è proprio felice. Ci pensa l’ex ministro delle Finanze Dominique Strass-Kahn, brillante oratore, a far risalire la temperatura in sala. Ségolène entra accolta da un tripudio: indossa un tailleur bianco a righe orizzontali nere; sorride, come sempre, ma è chiaramente a disagio, come le capita quando deve parlare di fronte alla folla. Cammina allargando le braccia a mani aperte, sembra una Madonna. La camminata, però, è tesa, il busto immobile; si muove come un automa, senza cambiare postura. Il contrasto tra il corpo, rigido, e il sorriso, radioso, è stridente.
Sul podio la Royal fa riferimento a Prodi per denunciare l’appoggio di Berlusconi a Sarkozy, che per la gauche è un’onta. Pronuncia un discorso assai vago. Anziché puntare sui programmi, preferisce enfatizzare la necessità di fermare la Francia di Sarkozy, «una Francia egoista, che divide anziché unire». Infila una sfilza di luoghi comuni: «Mi batterò per uno Stato giusto», «difenderò le donne», «migliorerò la scuola». Afferma di essere «una donna che non si piega» agli attacchi della destra; si erge a paladina «della sicurezza sociale per difendere gli anziani».
Non dimentica di essere di sinistra, elogiando la solidarietà manifestata dai partiti estremisti - dai no global ai trotzkisti, passando per i verdi - che voteranno per lei al ballottaggio, ma poi vira al centro. Pur citando poche volte Bayrou, assicura di aver recepito il messaggio degli elettori, sempre più numerosi, che chiedono ai politici di superare la contrapposizione destra-sinistra. Lei è pronta al grande passo, più per opportunismo che per convinzione.