Prodi non sa che strada fare per arrivare fino a Kabul

Il premier deve decidere se mettere la fiducia al Senato per compattare l’Unione sulla votazione o accettare l’appoggio della Cdl con il rischio che diventi decisivo. Malabarba (Rifondazione): «Quelli del governo sono squallidi ricatti contro i pacifisti»

Laura Cesaretti

da Roma

Che il governo abbia «un bel problema» sulla politica estera il ministro Emma Bonino lo riconosce senza giri di parole. E l’esponente della Rosa nel pugno sintetizza bene il dilemma che sta davanti all’esecutivo di Romano Prodi, alla vigilia del voto sulla missione in Afghanistan: «Il governo dovrà valutare se verificare la tenuta della propria maggioranza oppure se contare anche sul voto favorevole dell'opposizione».
Prodi, cioè, dovrà decidere se mettere la fiducia al Senato per compattare l’Unione e tenere alla larga i voti della Cdl, o se invece accettarli, col pericolo che risultino decisivi. Perché se alla Camera gli eventuali dissensi pacifisti non preoccupano, c’è ancora grande incertezza su quanti degli otto senatori che hanno annunciato il loro voto contrario rientreranno nei ranghi entro fine luglio, quando si arriverà al voto di Palazzo Madama. Di certo resiste indomito Gigi Malabarba (Prc), che si indigna per «lo squallore dei ricatti» che il governo mette in opera contro i pacifisti. Ma al Senato contano di liberarsi di lui (è dimissionario e gli subentrerà Haidi Giuliani) prima del fatidico voto, anche se il precedente del voto sulle dimissioni (bocciate) di otto membri del governo non fa ben sperare.
Al pressing contro il rischio di un governo senza maggioranza sulla politica estera si è unito ieri anche il Colle più alto: ieri il Capo dello Stato ha avvisato che, senza una «prova di compattezza» del centrosinistra, per la maggioranza potrebbero aprirsi «problemi politici abbastanza delicati». Un avvertimento che più chiaro di così non poteva essere, e che va nella direzione di richiamare all’ordine tutti quei malpancisti che potrebbero sentirsi liberi di votare contro le missioni visto che c’è l’apporto della Cdl. Anche se da Rifondazione si leva la voce critica di Giovanni Russo Spena, cui non è piaciuto il fatto che il Presidente rivendichi di aver «apprezzato e sostenuto la necessità di un’intesa» sulla politica estera. «Al contrario di Napolitano - dice il capogruppo Prc al Senato - penso che la politica estera sia un dato di identità di partiti e maggioranza. Sono contrario alla logica che in politica estera bisogna essere tutti insieme perché si tratta di interessi nazionali e bipartisan».
Intanto ieri capigruppo di maggioranza e rappresentanti del governo hanno lavorato strenuamente, nonostante l’afa, al testo di una mozione che fosse sufficientemente vaga e confusa da permettere ad ogni partitino dell’Unione di rivendicare un grande successo o un’importante «discontinuità», e giustificare così il proprio sì al proseguimento della missione a Kabul. Dopo aver invocato l’aiuto di Kofi Annan, calato a Roma per spiegare che all’Onu sta a cuore che l’Italia resti in Afghanistan, Prodi ha concesso alle minoranze di sinistra la promessa di applicare il codice militare di pace (e non di guerra) alle truppe, e un’apertura sulla reclamata «exit strategy» dall’Afghanistan: nel testo della mozione si legge infatti che il governo si impegna «a compiere una valutazione sulla prospettiva di superamento della missione Enduring Freedom». Anche se il capogruppo della Rosa nel pugno Villetti spiega che si tratta solo di un contentino nominalistico, «perché di superamento di Enduring Freedom parlano anche gli Usa, che puntano tutto sulla missione Isaf sotto egida Onu». Ma il passaggio serve al Pdci, impegnato in una guerra elettoralistica contro Rifondazione, per giustificare la propria retromarcia: «Il nostro giudizio sulla missione in Afghanistan resta negativo ma finalmente cambia il contesto», proclama Jacopo Venier. Per contentare i Verdi, nel testo sono stati ficcati anche originali impegni ad un «monitoraggio ambientale» in Afghanistan. Restano agitate le acque dentro Rifondazione, con le minoranze interne ancora sul piede di guerra contro il ddl mentre la maggioranza bertinottiana agita lo spauracchio dell’espulsione. E si attende il raduno dei parlamentari pacifisti di domani (col consueto corteggio di comici, da Grillo alla Guzzanti) per capire l’estensione del dissenso nell’Unione.