Prodi non sente le critiche: la Finanziaria va benissimo

La sinistra tira la giacca al Prof dopo il corteo di Roma. Ma lui non fa una piega: «Sbagliato correre dietro alla piazza»

Laura Cesaretti

da Roma

Da Atene, dove ieri ha fatto una visita lampo, Romano Prodi fa sapere che non ha «nessuna voglia» di andarsene. «La richiesta che io vada a casa era l’unico elemento unificatore della manifestazione di sabato, cosa che non ho alcuna intenzione di fare».
Il premier non cambia di una virgola la sua linea di reazione alla protesta anti-finanziaria, e continua ad usare toni ironici sull’opposizione scesa in piazza «evidenziando una divisione fortissima. E noto solo che le divisioni dovevano essere in casa nostra... ». Ma è soprattutto ai suoi alleati che si rivolge, tra le righe, liquidando le loro preoccupazioni sulla scarsa popolarità del governo e della sua manovra, e respingendo piccato le tirate di giacca che gli sono arrivate in queste ore dall’interno della maggioranza e gli inviti a «riflettere» sul dilagare del malcontento: «Non è che non ci stiamo meditando - dice - ci abbiamo meditato ben prima della manifestazione. Ma non ho alcun dubbio sull’efficacia della Finanziaria, e c’è un momento in cui un politico deve tenere ferme le sue convinzioni e applicarle, anche con l’opposizione di tanti. La mia convinzione profonda è che il paese avesse necessità di quelle decisioni». I suoi alleati riformisti si preoccupano per le proteste? «Avere responsabilità di governo - ammonisce Prodi - non vuol dire correre dietro a chi fa la voce più grossa o a chi cerca, anche legittimamente, spazio politico». Avere responsabilità di governo, invece, vuol dire «fare uno schema e programmare le misure necessarie». Gli chiedono una nuova strategia di comunicazione per difendere la Finanziaria? «Io non difendo la Finanziaria, la spiego: la Finanziaria si difende da sola, bisogna solo avere pazienza». Gli alleati ulivisti insistono con la «fase due» e le riforme, come è tornato a fare ieri Piero Fassino chiedendo di «mettere in campo da gennaio un’agenda di riforme»? «I grandi provvedimenti strutturali non si fanno e non si possono fare con la Finanziaria - frena lui - nella manovra non si può mettere di tutto. Le trasformazioni di struttura, le nuove regole di mercato, la lotta alle incrostazioni non si fanno con la Finanziaria ma con una legislazione ad hoc. Che ha un suo percorso».
Da Atene il premier si mostra insomma molto sicuro di sé, e intenzionato a proseguire per la sua strada. Però a Roma, intanto, sono molti i dirigenti dell’Unione che continuano a dar voce ai propri dubbi e agli allarmi. Il capogruppo dell’Ulivo Dario Franceschini ammette che «c’è una certa sofferenza nel paese sulla Finanziaria. I suoi risultati positivi li vedremo col tempo, ma nel presente per noi c’è un clima di difficoltà». Il ministro del Lavoro Cesare Damiano, Ds, avverte: «Si sono aperti dei varchi nel rapporto tra il governo e il paese, a causa delle eccessive divisioni al nostro interno: evidentemente il Paese non apprezza una maggioranza che oscilla tra l’essere di governo e contemporaneamente di lotta». Sulla stessa lunghezza d’onda la fassiniana Marina Sereni, secondo la quale «sbaglia chi sottovaluta i segnali di malessere che, anche con la manifestazione di sabato, sono emersi in alcune aree come il Nord e in alcuni ceti come quelli medi produttivi». La «prova di forza» dell’opposizione, nota, «è riuscita, anche se non ha risolto il problema della loro strategia». Ora, avverte, «bisogna far prevalere l’anima di governo invece che quella di lotta». La fase due, insomma, deve dar voce ai riformisti e non più ai radicali del centrosinistra. Anche il capogruppo Verde Angelo Bonelli parla di un «grave errore» commesso dal governo, cui è mancata una «strategia di comunicazione». «La politica - dice - non è solo risanare i conti ma anche comunicare ai cittadini, se uno dei due elementi viene meno rischia di venire meno anche il consenso». E Clemente Mastella sollecita Prodi a «dare una strigliata» alla maggioranza, e parla di «allarme» e «disagio»: «Le nostre difficoltà hanno fatto sì che un personaggio come Berlusconi dopo sei mesi sembra l’alternativa a noi».