Prodi non va al Colle e sfida il Parlamento

da Roma

Al Professore glielo aveva già detto chiaro e tondo giovedì: «Questa situazione non potrà durare in eterno». Prodi, dopo le dimissioni di Clemente Mastella, era salito sul Colle con il cappello di ministro della Giustizia provvisorio e Giorgio Napolitano, firmando il decreto di sostituzione, non aveva fatto giri di parole. «Caro Romano, è chiaro che così non si potrà andare avanti a lungo». Il presidente della Repubblica parlava dell’interim a via Arenula, ma alludeva anche al precario stato di salute del governo.
Così, quando alle sette della sera l’uscita dell’Udeur dalla maggioranza diventa di dominio pubblico, al Quirinale, dove già da quattro giorni erano pronti a gestire una crisi, non si sorprendono più di tanto. Telefonate, contatti, luci accese fino a tardi nello studio presidenziale. Prodi chiama verso l’ora di cena, racconta al capo dello Stato gli ultimi sviluppi e lo informa sulle sue prossime mosse: «Presidente, ho deciso di seguire un percorso parlamentare. Stasera riunisco un vertice dell’Unione e domani andrò alla Camera. Poi vedremo». Il punto è che per Napolitano ormai c’è molto poco da vedere.
Il presidente legge le dichiarazioni di Mastella e prende atto di una crisi virtuale, numerica, anche politica. Crisi «inevitabile», secondo l’opposizione. Ma perché una crisi formale si apra davvero, mancano ancora diversi passaggi. Innnanzitutto, un’altra visita di Prodi sul Colle. Il premier decide però di prendere tempo e di giocarsi la carta parlamentare: oggi sarà alla Camera per comunicazioni e forse per ottenere un’altra fiducia. Rimandato quindi l’appuntamento con il capo dello Stato, che a Prodi chiede soprattutto una cosa: «Bisogna fare tutto alla luce del sole». Cioè, bisogna farlo in Parlamento.
Due gli scenari. Prodi apre il dibattito, prende atto di essere finto in minoranza e sale sul Colle per dimettersi. Oppure: il Prof decide di resistere, facendo presentare una mozione di fiducia e andando alla conta alla Camera e al Senato. Dunque Napolitano «aspetta gli sviluppi» con un pizzico di pessimismo. Già da qualche tempo, raccontano, «stava monitorando» con più attenzione del solito la situazione, analizzando con preoccupazione e rassegnazione l’altalenante grafico della febbre dell’esecutivo. Attacchi improvvisi, come la storia dei rifiuti, i distinguo di Dini, il pasticcio della Sapienza e l’inchiesta che ha coinvolto la famiglia del Guardasigilli, seguiti da sorprendenti riprese, come qualche incoraggiamento degli organismi internazionale sui conti pubblici e il salvataggio in extremis di Bassolino grazie alle assenze del centrodestra al Senato. Agli occhi del capo dello Stato, un su e giù allarmante, che ora pare arrivato al capolinea.
E siccome le speranze del premier di restare in sella sono appese a un filo, a un complicato calcolo di numeri e alle ormai famose notti romane dei lunghi coltelli, al Quirinale si preparano «ad ogni evenienza». Secondo alcuni osservatori, il Professore punta a strappare la fiducia a Montecitorio e a ottenere un reincarico. Un’ipotesi che lascia il Colle perplesso. Comunque sia, se e quando Prodi cadrà, il Colle aprirà delle formali consultazioni per verificare i possibili sbocchi. Quali? È noto da tempo che Napolitano non guarda con favore nuove elezioni con la legge attuale, un sistema che come si è visto non garantisce stabilità e governabilità. Che farà allora, cercherà di mettere in piedi un governo per le riforme? Difficile. Il presidente, spiegano, non ha margini di manovra. Se, come sembra, la maggioranza delle forze politiche vuole andare alle urne, dovrà sciogliere le Camere. E si voterà con il Porcellum.