Prodi, operazione nostalgia: Pd trema

Veltroni e Franceschini licenziarono il Prof che ora è pronto a ricominciare. Partito spaccato. <strong><a href="/a.pic1?ID=336748">Cacciari:</a> </strong>&quot;Così torniamo al Vecchio Ulivo, meglio scioglierci&quot;. <em><strong><a href="/a.pic1?ID=336750">L'arma di Dario: tassare le ostriche</a></strong></em>

Roma - È legge di natura: la putrefazione s’accompagna sempre a miasmi, vapori tossici, liquami velenosi. Dunque non meravigliatevi più di tanto se vedete aprirsi nel Pd la stagione dei veleni e delle vendette, e se a dare il via è Romano Prodi in persona, senza se e senza ma, nella luminescenza del tubo catodico. La vendetta è un piatto da consumarsi freddo come ognun sa, e l’ex premier aspettava da dodici lunghissimi mesi di affondar la lama - metaforicamente, s’intende - tanto su Walter Veltroni quanto su Dario Franceschini, gli artefici della caduta del suo governo con la scelta di allearsi soltanto con Antonio Di Pietro. Se ha aperto le cateratte soltanto adesso il prof, è perché Walter è ormai politicamente più morto di lui, e Dario è uno zombie senza baffi, cammina verso l’inevitabile catarsi di giugno. È permaloso Prodi, non dimentica e non perdona, prima o poi presenta il conto e più è lunga l’attesa più monta la perfidia. Potete giurarci, sapeva benissimo che le sue «confessioni» da Fabio Fazio avrebbero aperto altri rivoli di veleni, confessioni, controvendette.

Prodi ha iniziato ed ora nel Pd giocano tutti con le cerbottane al curaro. Chi credete sia nel mirino di Renzo Lusetti, quando dà ragione a Prodi e ribadisce che «l’errore commesso da Veltroni è stato quello di annunciare che il Pd sarebbe andato da solo alla sfida elettorale quando ancora non c’era la crisi di governo: una scelta che ha indebolito l’esecutivo»? Non solo Veltroni ma ancor più Franceschini, che quella scelta ha condiviso pienamente. E Massimo D’Alema, che 48 ore dopo insiste a dire che «il gesto di Prodi di prendere la tessera del Pd è un gesto importante, che ha valore di messaggio politico e non semplicemente di un atto burocratico», secondo voi ci fa o ci è, credete che non abbia sentito il prof dire che semplicemente «non arrivava la tessera stampata... Non mi aspettavo tutta questa sorpresa, forse qualcuno si aspettava che non la rifacessi, che nutrissi rancore»? Ma no, è il metodo dalemiano di dar ragione a Prodi e far intendere che quei due son dei «fresconi», come ha lasciato andare contro un muro Walter aspetta la stessa sorte per Dario; e per amor di patria non chiedete di più a Massimo: «Non voglio parlare minimamente del passato, perché se lo faccio io vengo immediatamente aggredito».

Sapeva tutto, il sornione gatto Romano. Anche che Livia Turco sarebbe uscita allo scoperto: «Io gli do ragione, ho sempre pensato che Prodi avesse ragione». E con lei una marea di post-comunisti e post-democristiani tutti nostalgici dell’Ulivo e dell’Unione, tutti ad esecrar la sciagurata alleanza/capestro coi dipietristi, tutti a ripetere col prof che «il Pd non deve andare da solo, è nato per essere il nucleo fondante della coalizione, ed è compito della democrazia assorbire e portare nella cultura di governo anche le ali estreme». Per non dire dei prodiani che han rialzato la testa, «Prodi mi è sembrato molto in forma» sorride Riky Levi, «la decisione del Pd di correre da solo segnò la fine del governo» incalza Franco Monaco sollecitando a «riprendere il cammino dell’Ulivo». Pure dalla sinistra che il duo Lescano aveva abbandonato ad un destino gramo, si leva la voce di Nichi Vendola a proclamare che «Prodi ha fatto un discorso di verità».

E i veleni si moltiplicano: si libera l’indiscrezione che Franceschini e Arturo Parisi avrebbero fatto un accordo, quando si trattava di dare un successore a Veltroni, per presentare «candidature concorrenti ma non avversarie», e Parisi smentisce pretendendo che faccia altrettanto Franceschini, il quale ci mette due giorni per adeguarsi. E volevate che tacesse Clemente Mastella, ferito da Prodi per quella «frase un po’ colorita» con la quale lo avrebbe avvertito mettendo «la testa di traverso» nel suo ufficio, «ragazzi miei, se volete far fuori me, sono io a far prima fuori voi»? Non perdona neanche Clemente: «Romano ricorda male e inventa il colore», corregge, «è vero che mi affacciai nel suo ufficio quando le agenzie trasmisero la dichiarazione di guerra di Veltroni, ma gli dissi: Romano, guarda che qui stanno cercando di fregarti. A lui, non a me». E non è finita, perché il leader di Ceppaloni che si candida a Strasburgo col Pdl, sta scrivendo un libro. Che uscirà in tempo per le elezioni di giugno, statene certi.

A brigante, brigante e mezzo, no? E ieri sera è giunta la risposta, il controveleno di Veltroni. Il quale essendo buonista, ha mandato avanti Walter Verini, noto agli addetti per essere direttore della tivù del Pd e suo personale ventriloquo, che intervistato dalla tivù di D’Alema ha pelosamente dichiarato: «Io rimpiango l’azione di governo di Romano Prodi e la sua serietà, ma ben prima che Veltroni parlasse ad Orvieto, la vita dell’Unione era una vita affannosa. E poi già Bertinotti parlò ben prima di Veltroni di esperienza finita». Come perfidia, mica male. Se non altro per aver allargato il terreno del gioco al massacro, lanciando una palla avvelenata anche al compañero Fausto.