Prodi ora ammette: gli italiani in Irak non erano una forza di occupazione

Il premier, accogliendo gli ultimi soldati in rientro da Nassirya, ha smentito quello che diceva in campagna elettorale: «Abbiamo portato aiuto a un popolo»

Fausto Biloslavo

Forse è il peso della bandiera, che ha sventolato per tre anni e mezzo a Nassirya ad aver fatto cambiare idea al presidente del Consiglio Romano Prodi. Un peso segnato dai 32 caduti militari e altri civili, della missione italiana in Irak. Ieri, all’aeroporto di Ciampino, inchinandosi davanti al tricolore di Nassirya, il capo del governo ha detto che Antica Babilonia «non è stata un’occupazione, ma un aiuto a un popolo alla ricerca di un futuro». Parole lodevoli, ma Prodi aveva sostenuto esattamente il contrario durante la lunga campagna elettorale che lo ha portato a palazzo Chigi. Un «grazie» è stato rivolto a tutti i 30mila soldati che si sono dati il cambio nella provincia di Dhi Qar. Il presidente Prodi ha aggiunto che «la bandiera ammainata a Nassirya continua a sventolare alta grazie al valore dei nostri soldati», mentre in contemporanea gli esponenti ultrapacifisti della maggioranza cantavano vittoria e chiedevano il disimpegno dei nostri uomini dall’Afghanistan. Secondo il capo del governo, invece, le infrastrutture e i progetti consegnati al governo di Bagdad dai soldati di Antica Babilonia «sono la testimonianza che quella italiana non è stata un’occupazione, ma un aiuto a un popolo alla ricerca di un futuro». Futuro difficile tenendo conto che ieri sono esplose a Bagdad tre autobomba uccidendo almeno 51 persone in un quartiere sciita e altri 44 cadaveri, in gran parte sunniti, sono stati scoperti in giro per la capitale.
Eppure nel luglio dello scorso anno Prodi sosteneva, al contrario, in un’intervista a Repubblica radio, che «se l’Unione vince le elezioni ritireremo le truppe di occupazione». Nel discorso di insediamento in Parlamento, del maggio scorso, il neo premier aveva detto: «Non abbiamo condiviso la guerra in Irak e la partecipazione dell’Italia. Consideriamo la guerra in Irak e l’occupazione del Paese un grave errore».
In realtà Prodi non è sempre stato per il ritiro dall’Irak. Quando era presidente della Commissione europea puntava a un coinvolgimento dell’Onu e al Wall Street Journal aveva detto un secco «no» al ritiro, «bisogna evitare il collasso del Paese, semmai di soldati bisogna aggiungerne altri, quelli dei Paesi arabi moderati». Il suo portavoce si sforzava di ripetere che Prodi «considera non utile il ritiro delle truppe dall’Irak». In Italia, però, parlava una lingua diversa. Durante la convention del centrosinistra, del 22 maggio 2004, a Milano venne presentata una mozione contro la presenza militare italiana in Irak. «È stata una scelta giusta, responsabile e doverosa ­ dichiarò Prodi -. La nostra richiesta è il segno che sono falliti gli sforzi della comunità internazionale, è il segno di una sconfitta».
Ieri a Ciampino ad accogliere gli ultimi soldati italiani rientrati in patria dall’Irak, c’era anche Elettra Deiana, parlamentare di Prc, che il 26 agosto scorso continuava a ribadire come l’Italia avesse «condiviso scelte di guerra ­ parlo dell’Afghanistan e dell’Irak ­ che hanno violato la Costituzione della nostra Repubblica». Chissà se lo sapeva l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo di stato maggiore, che invece a Ciampino ha parlato di Antica Babilonia come di una missione «compiuta con onore, con grande impegno, con grande sacrificio, che ha ottenuto il ringraziamento degli iracheni».
Come il ministro della Giustizia, Hashimal-Shebly, che due giorni fa in visita a Siracusa, avanzava ancora la speranza «che l’Italia possa riconsiderare il ritiro delle truppe militari dall’Irak». La risposta non si è fatta attendere: il verde Alfonso Pecoraro Scanio, responsabile per l’Ambiente, ha parlato del ritiro come «giornata storica e di festa», mentre il suo collega della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, ha aggiunto che «con la guerra si sono fatti solo dei danni». Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, ha sottolineato la vittoria dei pacifisti e subito chiesto «una concreta exit strategy dall’Afghanistan».