Prodi ora vuol restare a Kabul e Parisi fa retromarcia sul 2011

Il premier in India: non ritiriamo i soldati, ma serve una conferenza internazionale E il ministro della Difesa si corregge

nostro inviato a Chennai (India)

«Ho ritirato le mie truppe dall'Irak, ma non le ritirerò dall'Afghanistan: il quadro politico delle due missioni è molto diverso», e su Kabul: «Ho preso un impegno con le Nazioni Unite e voglio mantenerlo». Romano Prodi viene intervistato da «The Hindu», uno dei principali e più antichi giornali indiani di lingua inglese, orientato a sinistra. E lancia un messaggio anche alla propria coalizione, attesa tra poche settimane alla difficile prova del voto sul rinnovo della missione.
Certo, il punto fermo che dall'Afghanistan non si può scappare ora resta. Ma la sinistra dell'Unione, messa in fibrillazione nelle ultime ore dalle dichiarazioni di Arturo Parisi sulla necessità di restare a combattere i talebani fino al 2011, ha accolto con sollievo il resto del ragionamento del premier. Secondo il quale «negli ultimi cinque o sei anni abbiamo solo aperto nuovi problemi internazionali, senza risolverne nessuno: Palestina, Afghanistan, Irak, Darfur, Somalia, Libano. Non è tempo di chiuderne qualcuno?».
E il caso da provare a chiudere, sembra insinuare Prodi, è proprio l'Afghanistan. Come? «Crediamo ci voglia una soluzione condivisa, ed è per questo che abbiamo proposto una conferenza internazionale. Intendo sollevare la questione nei colloqui con Manmohan Singh (il Primo ministro indiano, ndr)». Anche se, mette le mani avanti, «sappiamo che la conferenza non potrà essere convocata immediatamente». Un eufemismo, visto che per ora il resto del mondo (a cominciare dagli Usa e dal governo Karzai) ha fatto orecchie da mercante sulla proposta italiana, giudicata per ora prematura se non velleitaria.
Ma la fantomatica conferenza è uno degli specchietti per le allodole che dovrebbero servire a convincere i dissidenti pacifisti a sostenere il governo in Parlamento, e segnatamente al Senato dove la situazione è quanto mai incerta. Più che a Singh, insomma, il Prodi indiano parla a Giordano, Pecoraro e Diliberto.
E intanto a Roma Parisi cerca di stemperare le proprie allarmanti previsioni, e «non esclude» che «si possa portare a compimento la missione più in fretta: è quello che l'Italia sta facendo - spiega il ministro - e che già il decreto di rifinanziamento delle missioni recepisce per quella che è l'azione diretta del nostro Paese. Ed è quello che il nostro Paese può fare sollecitando l'azione della comunità internazionale».
Stemperato così il caso Kabul, Prodi assesta un nuovo ceffone ai sei ambasciatori che hanno sollecitato l'impegno in Afghanistan: «Il mio giudizio è assolutamente negativo, sono stato sorpreso da un intervento che non ha alcun precedente nella tradizione diplomatica». E ancora, per aggiungere musica alle orecchie più antiamericane della sinistra: «Il ruolo degli ambasciatori è quello di risolvere i problemi, non di cercare di creare difficoltà politiche».
Diversi invece i toni sul caso Abu Omar: «Siamo contro le extraordinary rendition», dice Prodi, ma il segreto di Stato resta: «Su questo non cambio la politica del mio predecessore», dice il premier a chi gli chiede se avallerà le richieste di estradizione contro gli agenti Cia: «Non copro niente. È un caso di continuità politica: il mio predecessore (sempre Berlusconi, ndr) e io abbiamo firmato documenti coperti dal segreto di Stato e sono obbligato a farlo. Non ci sarà nessun cambiamento rispetto al passato governo».
E con il giornale indiano Prodi si concede anche qualche battuta sulla propria maggioranza («Io e Singh siamo alla guida di coalizioni complicate, e la mia probabilmente più della sua...») e sul proprio governo: «Tutti gli indici italiani stanno migliorando, tranne quello della popolarità del mio governo!».