Prodi paga il conto alla Quercia: «Avrà un forte ruolo nel governo»

Il Professore non scioglie le riserve sui ministri «ma il numero non sarà elevato». E annuncia: «Non ho dubbi, dureremo cinque anni»

Emanuela Fontana

da Roma

Romano Prodi è convinto di «durare» al governo, «non ho dubbi», dice. Vuol concludere i cinque anni tondi di legislatura perché, spiega, «c’è la volontà di durare, c’è il programma e ci sono i numeri».
Da Bologna il Professore ha consegnato una caramella ai Ds («avranno un ruolo importante nel governo») e ha fatto il Ponzio Pilato sul «dramma» in corso nella coalizione per la nomina del presidente del Senato, con una poltrona per due (il senatore a vita Giulio Andreotti e l’ex segretario Cisl Franco Marini) che sta diventando uno dei nodi più difficili da sciogliere nell’Unione del pre-governo. «No, no, no: a qualche domanda si può rispondere anche no», ha argomentato il Professore di fronte al quesito se si stia occupando degli incarichi istituzionali. E infatti ha parlato solo di ministri, nessun accenno alle preoccupazioni per palazzo Madama sul nome di Marini e all’avanzata del senatore a vita, sostenuto da tutta la Cdl e dunque da quasi la metà del Senato.
Prodi ha chiarito che dovrà essere «pronto» quando il presidente della Repubblica gli assegnerà l’incarico. Ma la mappa delle poltrone sembra ancora molto in itinere, stando alle sue parole. Quel che è certo è la presenza forte dei ds: «Siamo nella fase - ha spiegato il Professore - in cui si riflette sul tipo di ministri di cui si ha bisogno. Poi bisogna conciliare questo con gli assetti politici della squadra di governo».
Prodi dice di stare «riflettendo sul tipo di personalità adatte ai singoli ministeri. Fare il ministro vuol dire avere responsabilità politica, ma anche una grande capacità di risolvere i problemi e gli assetti pratici. Sto lavorando proprio su questo».
La partita di scambio per la rinuncia di Massimo D’Alema alla presidenza di Montecitorio a favore di Fausto Bertinotti, comunque, ci sarà, e sembra sarà pesante. Del resto è stata questa la linea tracciata ieri da Bertinotti, sembrato molto addentro al totonomine: il leader di Rifondazione si è detto convinto che i ds «avranno un ritorno politico» e «incarichi di governo tra i più importanti per il Paese».
Prodi ha confermato che nel puzzle delle poltrone ministeriali molti tasselli fondamentali andranno alla Quercia: «Il maggior partito della coalizione - ha anticipato qualche carta il Professore riferendosi ai ds - avrà certamente un ruolo molto importante in questo governo». Sia per l’affermazione in termini percentuali sia, come scontato, per il «sacrificio» di D’Alema.
Volano scintille dentro e fuori i Ds, soprattutto su come e chi dovrà gestire l’onere dei ministeri di peso, ma il Professore fa il pompiere: «Vi posso assicurare che ci sono molti meno scontri tra personalità di quelli che possono apparire - sostiene - C’è una volontà effettiva di arrivare rapidamente a una squadra di governo fatta».
Il numero dei ministri sarà «non elevato». Il leader dell’Unione, però, non si mostra preoccupato: «Si tratta di un lavoro già fatto altre volte. L’ho fatto con il primo governo. L’ho fatto con la Commissione europea. È un dialogo che deve tenere conto - ha precisato - prima di tutto degli interessi del Paese e dei compiti specifici che ha un ministro. Poi, naturalmente, anche delle risorse umane che la coalizione offre».
C’è del tempo per formare la squadra, e ora Prodi non sembra impaziente o scalpitante, come ha mostrato ieri ai cronisti a piazza Santo Stefano: «Non so quando il presidente della Repubblica mi darà l’incarico - ha premesso -, non so perché dipende da tempi che nessuno di noi può controllare fino in fondo. So solo che devo essere pronto nel momento in cui mi darà l’incarico». Se fosse ora la squadra non sarebbe ancora formata.