Prodi in panne anche in America

Una parte della storia della campagna elettorale italiana ce la racconta, senza volerlo, qualcuno che ha i suoi buoni motivi per pensare ad altro. Il Times-Picayune è un rispettato quotidiano di New Orleans, che di questi tempi si occupa quasi esclusivamente delle angosce della città «diluviata» e che stenta a risorgere dalle acque. Già, per gli affari nazionali dell’America non ha troppo tempo: si limita a dare un’occhiata generale. Questa volta ha affidato la linea a un suo caricaturista, che in un disegno ha sintetizzato il paradosso politico-elettorale di queste settimane. Quello degli Stati Uniti, pensava lui: noi possiamo leggerla anche in altro modo e darle una diversa collocazione geografica.
È il disegno di due taxi. Il primo ha un guidatore un po’ spericolato, porta sul tetto l’insegna del Partito repubblicano e dentro ci sono due passeggeri che hanno qualche dubbio. Al punto che uno propone all’altro: «Potremmo chiamarne un altro». Ed ecco che compare un secondo taxi. Fermo, i cric davanti e dietro, senza ruote, il cofano sollevato, il motore spento. E senza guidatore. C’è scritto sopra Partito democratico. E lo stesso passeggero che ha parlato si affretta ad aggiungere «Never mind», ovvero «Lasciamo perdere». Non è necessario avere troppa fantasia, o malizia, per immaginarsi sul taxi a pezzi un’altra targa, nostrana: centrosinistra. La differenza è che al posto del cric basterebbero, in questo caso, le quasi trecento pagine del programma dell’Unione. Ampiamente sufficienti per tenere su la macchina: ferma. I passeggeri sono anche personaggi delle nostre parti: i non pochi italiani che negli anni e nei mesi scorsi hanno provato ed espresso dubbi sullo stile di guida al centrodestra, i dissapori interni, le polemiche, qualche gaffe e sono stati tentati dal «chiamare un altro taxi». Solo che adesso lo vedono ed è straordinariamente simile a quello democratico Usa: fermo, scassato, a pezzi. Un’auto senza motore che, ovviamente, non può portare da nessuna parte.
Per chi vive in America e segue la politica Usa il ritratto non è neanche più una caricatura: è, purtroppo per tutti, esatto e puntuale. In condizioni normali il Partito democratico potrebbe avere quest’anno un’eccellente occasione per recuperare il terreno perduto ultimamente, puntare addirittura al recupero della maggioranza in almeno uno dei due rami del Congresso, Senato o Camera. I repubblicani hanno conosciuto lunghi mesi di difficoltà, passi falsi, gaffe, errori e dissapori. Le cose vanno male in Irak, le cose vanno peggio di prima in Afghanistan, a New Orleans anche il Times-Picayune ha rischiato di finire «diluviato» e, se il compito di un partito politico è di costituire una «diga», si è visto che esso fa acqua. Quando George Bush incontrerà nuovamente Silvio Berlusconi a fine mese, e se troveranno il tempo di scambiarsi impressioni elettorali, l’uomo della Casa Bianca non potrà che provare una infinita invidia per l’interlocutore. I sondaggi che risollevano il primo ministro italiano vedono invece il presidente Usa ai minimi storici. La sua politica estera è sotto tiro, l’economia va bene ma non gliene viene riconosciuto il merito. Se ne sottolineano solamente i rischi, l’alluvione di New Orleans è diventata colpa sua. Adesso gli capita perfino che il suo vicepresidente se ne va a caccia e, invece di colpire una quaglia, centra un signore di 78 anni con una rosa di pallini in faccia, alcuni dei quali gli scendono addirittura fino al cuore facendogli venire l’infarto. Non scherzo: piovono gli editoriali che parlano di «pesanti responsabilità della Casa Bianca».
La tentazione di cambiare taxi, insomma, c’è; molto più alta di quanto sia mai stata in Italia, anche prima che la Casa delle libertà cominciasse la sua rimonta. Però i democratici sono i primi a dire che se si votasse domani rischierebbero di perdere da un Partito repubblicano così acciaccato. E questo perché non hanno un leader, non hanno un programma, sono rissosamente divisi, soprattutto fra estremisti che spaventano gli elettori e moderati così moderati che nessuno li sta ad ascoltare senza sbadigliare. Non hanno la minima idea di chi potrà essere un candidato decente alla presidenza, per quanto riguarda le elezioni parlamentari di quest’anno sono ridotti a sperare che i repubblicani inciampino ancora su qualche sasso se non su qualche mina. Se non avesse immaginato vuoto quel taxi, il vignettista avrebbe potuto metterci la faccia di Romano Prodi, che più che riempire il vuoto lo illustra e lo sintetizza. È nato proprio in America un modo di dire nato per le campagne elettorali ma estendibile ad altre aree della vita, ad altre gare: «Non si batte qualcuno con nessuno».