Prodi parla di tagli e moltiplica le poltrone

Laura Cesaretti

da Roma

«Abbiamo sventato le dimissioni di Rosy Bindi e di Giovanna Melandri, quindi il Consiglio dei ministri meglio di così non poteva andare...». La battuta, rigorosamente anonima, è comunque di uno dei più autorevoli componenti del gabinetto di Romano Prodi, e la dice lunga sulle tensioni che sulle competenze di ogni dicastero ancora agitano la compagine governativa.
Un record storico, però, il neonato governo lo ha già battuto: è il più numeroso della storia repubblicana. Ieri dal cilindro del Consiglio dei ministri sono spuntati altre tre new entry. Risultato: 102 tra ministri, vice e sottosegretari. E proprio mentre il governo è alle prese con la manovra bis e annuncia tagli alla spesa pubblica (compreso quello del 10% al budget dei ministeri). Comprensibile dunque che si litighi sulle deleghe, visto che ci sono più persone che cose di cui occuparsi. I tre nuovi arrivati sono il professore di Scienza delle finanze Nicola Sartor (si occuperà della Finanziaria visto che dei sette tra vice e sottosegretari all’Economia nessuno era in grado); Raffaele Gentile ai Trasporti (un risarcimento dovuto allo Sdi, che nel governo ha solo Intini) e Giovanni Mongiello (transfuga Udc, ora Udeur) all’Agricoltura, voluto da Mastella.
Sulle nomine tutto è filato liscio. Lo scontro si è acceso quando si è passati alle deleghe ancora in sospeso. Pierluigi Bersani (Sviluppo economico) ha ceduto di buon grado il portafoglio del Commercio estero a Emma Bonino, ma si è impuntato sul Mezzogiorno: la Margherita si aspettava che la delega venisse assegnata al viceministro - tuttora disoccupato - Sergio D’Antoni, invece il ministro l’ha avocata a sé. E ha fatto sapere che non ha alcuna intenzione di cedere la titolarità del sostanzioso pacchetto (che comprende il coordinamento dei Fondi strutturali al Sud della Ue) all’ex capo Cisl, ma punta a trasferirla al sottosegretario Filippo Bubbico, ex presidente della Basilicata, ds. D’Antoni, quando lo ha saputo, è andato su tutte le furie: «È uno schiaffo alla Sicilia (cioè a lui, siciliano, ndr)! Se lo sapevo non andavo certo a fare il vice di Bersani». La Margherita naturalmente lo appoggia: «Bersani dovrà cedere e rispettare gli accordi tra noi e i Ds, altrimenti sono guai», avverte un esponente di governo Dl. Ma è scontro anche tra Ds e Di Pietro, che nega le deleghe al suo vice Angelo Capodicasa, che non gli sta simpatico. La Melandri e la Bindi si sono presentate già sul piede di guerra: se i nostri ministeri rimangono «scatole vuote», è stato il loro aut-aut, possiamo anche andarcene. Bersaglio di entrambe Paolo Ferrero (Prc), che con la sua Solidarietà sociale rischia di invadere i misteriosi territori della «Famiglia» (Bindi) e dello «Sport e politiche giovanili» (Melandri), due dicasteri creati nottetempo alla vigilia del giuramento al solo scopo di non tagliare fuori due donne. Le due ministre, giustamente seccate, hanno fatto presente di avere allo stato solo una targa sulla porta dell’ufficio: «Ma io non ci sto al governo per fare la bella statuina», ha protestato la diessina. Reclamando compentenza sul Servizio civile e sull’Agenzia della gioventù (esiste veramente). Ferrero però non ha intenzione di mollare l’osso: «Sono l’unico ministro di Rifondazione, non mi posso svenare per voi», è sbottato. I poveri giovani, e relativa Agenzia, sono così finiti sotto la supervisione di tutti e tre i ministeri; il Servizio civile se lo è tenuto Ferrero e la Bindi ha ottenuto (ma in condominio con le Pari opportunità della ds Pollastrini) l’incarico di istruire lo spinoso dossier dei Pacs, o unioni civili.
Intanto la Cdl attacca la «carica dei 102», e rinfaccia a Romano Prodi la sua incauta promessa: «Farò un governo snello», aveva assicurato. Prima della crisi di bulimia della sua maggioranza.