«Prodi partito col piede sbagliato»

«Io me ne sono fatto più di una. Dopo un risultato elettorale in cui il Paese è apparso chiaramente spaccato a metà - fino al punto che qualcuno ha messo in discussione il risultato - che la navigazione non sarebbe stata tranquilla lo avrei pensato fin dall’inizio. Ma devo fare una premessa...».
Quale?
«Devo precisare, affinché il contesto sia chiaro, che trovo inverosimile che dopo cinque anni di governo Berlusconi metà degli italiani continui a votarlo. Dal mio punto di vista, c’è una situazione di anomalia di fondo, che si manifesta nella difficoltà di radicare il proprio consenso da parte di un governo arrivato al potere con una base elettorale così ristretta. Questa è la premessa che, in qualche modo, si sottrae alle responsabilità specifiche del prodismo».
E quali sono quelle che lei chiama responsabilità specifiche del prodismo?
«Penso che in alcune cose il governo sia partito con il piede sbagliato. Per esempio, la legge sull’indulto, gravemente lesiva delle attese del 99 per cento del suo elettorato».
Perché l’Unione ha detto sì a un provvedimento come l’indulto?
«Domanda difficile... La risposta più volgare è che serviva come moneta di scambio, ma preferirei non pensarla. Trovo altresì troppo banale l’altra risposta, quella secondo cui le carceri erano sovraffollate e bisognava far respirare meglio i detenuti».
Una ragione ci sarà.
«Credo che abbia agito quel senso comune parlamentare per cui si cerca di acquisire consenso, facendo delle cose apparentemente popolari e che invece sono tutto il contrario».
Ne è stato sottovalutato l’impatto?
«In questo caso credo che ci sia una sottovalutazione pesante delle culture che hanno portato alla vittoria elettorale - sia pure risicata - la maggioranza di centrosinistra. Hanno sottovalutato gli effetti che il provvedimento avrebbe prodotto sullo zoccolo duro dell’elettorato di centrosinistra. Quello è stato un inizio con il piede radicalmente sbagliato».
Un altro elemento negativo del prodismo?
«Altro elemento negativo del prodismo è la frammentazione inesorabile della sua maggioranza. Prodi non ha le capacità strutturali per dominarla, non essendo - per fortuna nostra - un Berlusconi di centrosinistra. Ma sul piano dell’immagine, i nove partiti, i tre sindacati, le molteplici associazioni che fanno da base della maggioranza, ne costituiscono al tempo stesso l’immagine rissosa e perennemente conflittuale al proprio interno».
Perché la politica economica del governo è così impopolare?
«Mi è accaduto di ripensare al miracolo dell’euro, con sacrifici forse non minori di quelli di oggi, ma con obiettivi molto più evidenti e condivisibili. La gente non ha capito in vista di quali obiettivi bisognerebbe fare sacrifici. Un difetto forse di comunicazione, manca il senso di una prospettiva che vada al di là del puro conto economico. Sul piano tecnico ho molta stima di Padoa-Schioppa, ma mi pare che anche lui abbia fatto qualche errore comunicativo. È assente una chiara prospettiva di tipo politico-morale, che in politica se non è proprio tutto, conta molto».
Si aspettava i fischi degli operai di Mirafiori contro il sindacato e il governo?
«La classe politica italiana e, ahimè, anche una parte della classe politico-sindacale, sembrano dimenticarsi periodicamente dell’esistenza di un soggetto politico-sociale della portata della classe operaia. Rispetto agli anni Sessanta è diminuita indubbiamente di peso, ma non fino al punto di scomparire dal mondo italiano. È un soggetto che parla poco e ha pochi intermediari. Quand’è l’ultima volta che c’è stata una conferenza politica di partito sulla condizione della classe operaia italiana?».
Negli ultimi cinque anni ne ricordo ben poche.
«No, io credo negli ultimi cinque anni non ce ne sia stata nessuna, dobbiamo tornare indietro di dieci anni e questo è francamente intollerabile. Della reazione degli operai, sinceramente non mi sono stupito affatto. L’ho trovato naturale e molto salutare».
Ha visto che nella Finanziaria è stato introdotto dal governo una sorta di colpo di spugna sui reati contabili degli amministratori pubblici? Come se lo spiega?
«Sì, ho visto. È la ripetizione su scala allargata del ragionamento che abbiamo fatto sull’indulto, con qualche interesse privato in più, probabilmente».
I rettori delle università mettono alla porta i ministri. Protesta clamorosa. Anche sacrosanta?
«Credo che esista un problema di finanziamenti molto grave, l’Italia è ai più bassi livelli nel mondo negli investimenti sulla ricerca e la formazione superiore, esiste poi un problema di riforma, ristrutturazione, mutamento delle strutture universitarie e della ricerca, senza il quale non basterebbero vagoni di euro per far funzionare il meccanismo. Le urla di protesta hanno questo limite, non mettono in discussione il sistema da cui partono».
La sinistra è divisa sul Partito Democratico e gli effetti pesano anche sul governo. Perché?
«La vicenda del Partito Democratico è l’ulteriore conferma del ragionamento sulla divisione del campo del centrosinistra, che non è limitata alle nove organizzazioni che sono formalmente rappresentate, ma può essere moltiplicata per una moltitudine di sottosezioni, le quali non solo sono molte, ma sono anche tutte percorse da fremiti di rivolta, contrapposizione, talvolta puramente pretestuosa, per motivi di pura sopravvivenza. È la cultura del ceto politico italiano che porta un dibattito anche unitario verso esiti frazionistici».
Entriamo nella fase Nostradamus: secondo lei il governo Prodi dura l’intera legislatura o ci sarà un cambio in corsa?
«Nostradamus le risponde che è auspicabile che non si pensi neanche alla sostituzione di Prodi, perché la sua sostituzione in qualsiasi modo e per qualsiasi motivo avvenga, porterebbe a nuove elezioni e alla sconfitta del centrosinistra».
Mario Sechi