Prodi predica unità nazionale ma sembra la Festa dell’Unità

Il Professore condanna l’intolleranza contro il centrodestra, poi sul palco fa un comizio contro la riforma costituzionale in vista del referendum

Cristiano Gatti

da Milano

Sarà che nei discorsi orali non si distingue tra maiuscole e minuscole, ma quando Romano Prodi condanna la gazzarra contro la Moratti, dicendo che questa «è la festa dell’unità», si ha l’imbarazzante sensazione di assistere a una gaffe involontaria. Effettivamente, lo spirito del 25 aprile milanese è da gigantesca Festa dell’Unità. Un po’ perché l’altra metà della mela italiana se ne guarda bene dallo sfilare, un po’ perché questa metà se ne guarda bene dal tollerarla nei cortei: sarà per il concorso di queste due cause, ma basta guardarsi in giro. Ha voglia Ciampi di richiamare lo spirito concorde della Liberazione: anche questo 25 aprile resta esattamente com’è sempre stato. Come Prodi, senza volerlo, perfettamente lo definisce: una bellissima Festa dell’Unità.
Certo, per lui come singola persona è cambiata moltissimo. Soltanto una trentina d’anni fa, fosse capitato in queste stesse strade nello stesso giorno, sarebbe finito né più né meno come la signora Moratti. Allora, per un cattolico democristiano, sfilare in certi cortei era altamente sconsigliabile. La grande festa dell’unità, con il suo spirito unitario, si spingeva a fatica fino ai socialdemocratici. Il resto dell’arco costituzionale si prendeva i fischi. Qualche volta anche i sampietrini.
L’Italia cambia. Si sostiene che l’Italia addirittura cresca. Così, trent’anni dopo, quando l’antico democristiano sbuca a metà percorso, dalle luci dello shopping di Galleria Passarella, subito si ritrova nelle vesti del grande demiurgo, acclamato e idolatrato da quelle stesse parti politiche che trent’anni fa l’avrebbero accolto con un generoso lancio di ortaggi putrefatti. «Ci hai liberato», «Adesso nessuna pietà, con quello...»: le roche invocazioni arrivano da agitatissime signore militanti e da attempati signori con la bandiera dell’Ulivo. È il delirio generale. Come un’appendice di festa post-elettorale. E anche come un preciso momento di propaganda contro il referendum, senza tanti giri di parole, «perché le riforme costituzionali non si fanno l’uno contro l’altro, ma mettendoci mano insieme...».
C’è da dire che Prodi sguazza benissimo nel brodo primordiale della popolarità. Allungandosi dalla gabbia umana della scorta, che faticosamente lo protegge, stringe le mani a pensionati, a madri di famiglia, a extracomunitari, persino a un fratacchione che letteralmente lo blocca in mezzo al corteo. Per un tizio che innalza il cartello più sarcastico della giornata («Tremaglia santo subito»), addirittura si slancia ridanciano con la mano protesa. E ai giornalisti che cercano di strappargli qualche umore, generosamente concede una frase da vittoria olimpica: «Questa gente non è qui per me. Non acclama me. Tutto questo calore esprime soltanto la grande speranza di ripartire, finalmente...».
A sussulti riparte anche la lenta marcia. Per arrivare in piazza Duomo, cioè poche centinaia di metri, quasi mezz’ora. Alla fine eccolo là in alto, deposto di peso sul palco, in mezzo ai sindaci e ai vecchi partigiani, applaudito come una rock-star.
Ro-ma-no, Ro-ma-no: dopo aver alzato più volte, lungo il tragitto, le due dita della vittoria, sul palco ne aggiunge tre per solennizzare il nuovo simbolo: cinque, come cinque anni di governo. Per chi non l’avesse capito, è pronto ad una chiara spiegazione subito dopo la fine dei discorsi ufficiali, quando la folla stessa gli impone due parole dal microfono: «Lungo la strada, mi avete chiesto unità e buon governo per cinque anni. Questo sarà il nostro impegno: cinque, cinque anni...». Tutti spalancano la mano verso il cielo grigio di Piazza Duomo: cin-que, cin-que, cin-que. E lui, dopo aver girato come un pugile sul ring i quattro lati per salutare la folla: «Però attenzione: io chiedo a voi di partecipare con la vostra comprensione, la vostra intelligenza, il vostro cuore a questo grande sforzo di riportare l’Italia ai primi posti del mondo. Ci saranno momenti difficili, ma insieme riusciremo a superarli. A una condizione chiara: che lo spirito del 25 aprile sopravviva sempre. C’è bisogno di unità tra di noi, ma anche in tutto il Paese...».
L’unità, sempre l’unità: è il martellante slogan di giornata. Prodi lo ripropone serio nell’imbarazzato commento al caso-Moratti: «Sono totalmente contrario ai fischi. Chi partecipa alla manifestazione ne condivide pienamente lo spirito». Poi quella frase che vorrebbe suonare enfatica, ma che risulta pietosamente ambigua: «Questa è una festa dell’unità...». Nessuno, in piazza Duomo, riesce a coglierne il senso nobile e reale. Qui, l’orecchio non distingue tra maiuscole e minuscole.