Prodi prepara la vendetta

La confusione che si è innescata nel centrosinistra dopo il voto nell'assemblea federale della Margherita la scorsa settimana rischia di crescere giorno dopo giorno e di esplodere quando si riuniranno gli autoconvocati amici di Prodi nel prossimo (...)

(...) mese di giugno. Ma proviamo a vedere più da vicino gli scenari possibili. Quel che sembra certa ed irreversibile è la decisione della maggioranza della Margherita (democristiani e rutelliani) di presentarsi alle prossime elezioni politiche con una lista propria nel proporzionale. Il primo effetto di questa decisione è che salta definitivamente il progetto politico di un partito unico di riformisti che aveva tra i suoi sponsor non solo Romano Prodi ma anche la maggioranza dei Democratici di Sinistra, i socialisti di Boselli, La Repubblica, parte degli opinionisti del Corriere della Sera con in testa Michele Salvati, uno dei principali ideologi della fine delle culture politiche del Novecento, ed alcuni esponenti del mondo finanziario ed imprenditoriale.
Il fallimento del partito unico dei riformisti, può trovare, invece, consensi nella base democristiana ed in particolare nella Cisl perché a nessuno poteva sfuggire che un processo di unificazione tra post-comunisti, socialisti e post-democristiani, sul piano politico spingeva inesorabilmente verso un analogo processo Cgil, Cisl e Uil. Per quanto ci riguarda, i nostri lettori ricordano che da molti mesi stiamo scrivendo che quel progetto, voluto in particolare dall'azionismo politico che da quando è morto Ugo La Malfa non ne ha più azzeccata una, andava contro tutto ciò che si consolidava in Europa nella quale le grandi culture politiche governavano, attraverso i rispettivi partiti, 24 Stati membri su 25. Chi scrive, in realtà, lo spiegò anche a Romano Prodi in un incontro ravvicinato nello scorso settembre a margine di un dibattito politico, prevedendo a breve quel naufragio consumato la scorsa settimana. D'altro canto che il partito riformista unico fosse lo scudo dietro il quale si nascondeva la incapacità del partito di Fassino di ricomporre l'intera area della sinistra politica italiana era fin troppo chiaro così come chiara era la sua tentazione, inevitabile per dimensione e struttura di partito, di egemonizzare nei fatti questo nuovo soggetto politico. La decisione della maggioranza della Margherita, dunque, era nelle cose ed anzi potremmo definirla la prima vendetta della politica da alcuni anni a questa parte. Il modo con cui essa è stata presa, però, non fa naufragare solo il progetto di un partito unico della cosiddetta Fed, ma mette in discussione la stessa candidatura a premier di Romano Prodi. Se la stessa decisione, infatti, fosse stata il frutto di una offensiva di persuasione e non di un voto lacerante, per giunta in assenza dello stesso Prodi, l'effetto si sarebbe limitato a mandare in cavalleria il solo progetto politico del partito unico e non la candidatura a premier del Professore bolognese. Il voto, dopo una troppo breve discussione, mira, invece, anche a scalzare Prodi e lascia in mezzo al guado Boselli, ma innanzitutto Fassino e la maggioranza dei Ds, che si erano spesi non poco per quel progetto che risolveva tutti i loro problemi, dalla mancata rivisitazione della propria storia al rifiuto di definirsi socialisti alla mai dismessa vocazione egemonica che è stampata ancora nel Dna di parte rilevante della nomenclatura diessina.
A questo punto due sono gli scenari possibili. Prodi abbozza nel tentativo di salvare la propria candidatura con il rischio di perderla e con essa la faccia ed il ruolo politico suo e dei suoi più stretti collaboratori. Prodi, d'intesa con i Democratici di sinistra, decide, invece, di andare avanti sulla stessa linea e va verso una lista unitaria con chi ci sta, sostituendo la Margherita con altre formazioni minori che nel proporzionale non raggiungerebbero il 4% (Di Pietro, i Verdi, i comunisti di Diliberto). Questa seconda scelta, naturalmente, passa attraverso una scissione della Margherita e l'uscita dei prodiani e di quanti ne condividono la linea lasciando, così, il partito nelle mani dei democristiani di Marini e di De Mita con l'aggiunta di Rutelli e di Realacci. A questo punto, forse, si innescherebbe un processo virtuoso sia smettendo con l'uso di nomi insignificanti come Margherita, Ulivo e via di questo passo, sia ricominciando a riflettere su di un sistema maggioritario che in un Paese come l'Italia che ha, come la stragrande maggiorana dei Paesi europei, almeno 5 o 6 opzioni politiche vere che non saranno mai ricomponibili in due soli partiti, ha prodotto solo guasti e mediocrità. Il maggioritario ha moltiplicato i partiti, il proporzionale, con lo sbarramento al 5%, inevitabilmente li ridurrebbe, ricollocandoli più correttamente nelle rispettive culture di riferimento.