Prodi presidente del Pd ora mette in crisi Veltroni

Caro Granzotto, una cosa non mi è ancora chiara: perché dimettendosi prima del voto di fiducia al Senato, Prodi, non ha impedito o in ogni caso rinviato di un bel po’ quelle elezioni che lui stesso definisce una «tragedia»? Compito principale di uno statista è appunto evitare le «tragedie» o forse per Prodi la «tragedia» non è tale? Mi sembra strano, visto che con ogni probabilità la sinistra sarà sconfitta. E allora?


D’accordo che il Cavaliere invita alla creanza e ad un abbassamento dei toni, però, come dicono in Piemonte, esageruma nen, non esageriamo caro Francesconi. Definire Prodi uno statista è talmente grossa da passare per presa per i fondelli. In questi due anni Prodi non ha governato, ma ha dedicato tutte le sue energie alla sopravvivenza del governo: aspirava fortissimamente a restare a Palazzo Chigi per una intera legislatura e questo al solo scopo di uguagliare il record di Silvio Berlusconi. Che Prodi patisce quant’altri mai. Per ottenere quel risultato non solo ha svenduto se stesso ai vari Pecoraro Scanio, ma era sulla buona strada per svendere anche il Paese. Ovvio quindi che temesse lo scioglimento delle Camere come e più della peste nera e dunque lisciasse il pelo al senador Pallaro e quelle delizia di Rita Levi Montalcini, sottoscrivesse tutte le mattane della sinistra radicale e mandasse avanti Sircana a dire che tutto andava per il meglio, che fiducia e serenità regnavano incontrastate.
Quando poi si è aperta sulla linea di galleggiamento la falla Mastella, i suoi sentimenti sono cambiati. Lì per lì ha cercato di sigillare lo squarcio con la poca stoppa a disposizione, ma la barca seguitava a fare acqua e s’è dovuto arrendere. Non da statista, non da signore, ovvero dimettendosi prima dell’irreparabile voto di sfiducia al Senato. Al grido (al rantolo) di muoia Sansone con tutti i filistei, s’è avventato sulle colonne del Parlamento facendo venire giù tutto. Dal cantuccio nel quale s’è rintanato, ora Prodi barbuglia che le elezioni sono una tragedia, ma è tutta scena: egli gode come un riccio per aver messo in difficoltà Veltroni e la sua banda di maganzesi, gode per le mancate pensioni ai parlamentari, gode dello sfascio che ha provocato. Sulla colonna infame del mio studio ho appuntato una fotografia ritagliata dal Corriere di giovedì scorso. L’immagine ritrae il nostro gagliardo capo dello Stato intento a firmare il decreto di scioglimento delle Camere. Gli fanno corona il consigliere giuridico Salvatore Sechi, che gli regge il foglio; il segretario generale del Quirinale, Donato Marra, che si accerta che Napolitano firmi nel punto giusto; il sottosegretario Enrico Letta che pensa ad altro. E Romano Prodi. Costui tiene lo sguardo puntato sul tratto di penna (una biro, fra l’altro) che chiude baracca e burattini. E fissando l’autografo, sorride. Proprio così. Tra quei volti severi e consapevoli del solenne, grave momento, quello di Prodi si presenta sorridente. Di soddisfazione. E adesso lei, caro Francesconi, non mi vada subito a pensare al Franti del libro Cuore, come invece verrebbe spontaneo fare.