Prodi promette il gas a Blair. E l’Unione esplode

Laura Cesaretti

nostro inviato a Londra

Business is business, e anche al numero 10 di Downing street Romano Prodi si ritrova a fare i conti con l'irritazione di Tony Blair per le bizze ambientaliste e localistiche che bloccano il rigassificatore di Brindisi.
Argomento che sta a cuore al premier britannico, visto che è la British Gas che dovrebbe realizzare l'impianto. Che però non piace a Verdi, Rifondazione e associazioni ambientaliste, ai sindaci della zona e tanto meno al presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. E così il rigassificatore, che avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2007, è bloccato dal veto della sinistra dell'Unione, e la questione finisce subito sul tavolo del colloquio londinese di Prodi. «Blair mi ha manifestato la grande preoccupazione di British Gas per le tensioni e i problemi che si sono verificati a Brindisi, e io gli ho espresso il mio dispiacere». C'è «un'oggettiva difficoltà», riconosce il presidente del Consiglio nella conferenza stampa al termine dell'incontro con Blair. «E io ho confermato l'utilità e la necessità di proseguire con il progetto iniziale». Poco dopo, sulla soglia di Downing street dove lo aspettano i giornalisti italiani, Prodi si affretta a precisare che la responsabilità non è del suo governo, e neppure della sua maggioranza: «La questione è di competenza della Regione, e i problemi vengono sollevati da tutte le comunità locali: c'è un'opposizione totale delle popolazioni». Quanto a lui, «ho difficoltà a capire questo atteggiamento, ma continuerò a fare pressioni sulle comunità locali». La rassicurazione offerta a Blair sull'impegno del governo è però durata solo pochi minuti: giusto il tempo che dalla Puglia piombasse il «niet» del governatore Vendola, secondo il quale «il rigassificatore di Brindisi sarebbe un crimine», e lui è disposto a «ripeterlo a Prodi e anche a Blair». Dunque a Brindisi «non se ne parla».
Nonostante il caso Brindisi, assicura Prodi, lo scambio di idee con Blair è stato «fruttuoso e approfondito» sui temi della politica internazionale e in particolare mediorientale, sulla necessità di «rinforzare la missione di pace» in Libano e di «accompagnare la presenza militare in Afghanistan con iniziative economiche e politiche». Nella conferenza stampa congiunta il Professore sceglie di rispondere in inglese alle domande dei giornalisti, ma sulla spinosa questione del negoziato per l'ingresso della Turchia nell'Unione europea il complesso ragionamento prodiano, che spazia dalla Croazia alla Macedonia per arrivare ad Istanbul, manda in tilt l'interprete italiana, che dopo qualche tentativo di tradurre getta la spugna. Interviene Blair e taglia corto: «L’Europa deve mantenere la parola data alla Turchia, e la Turchia adempiere alle condizioni per l'ingresso nell'Ue». Sarete in grado di rassicurare le agenzie di rating?, chiedono i cronisti italiani a Prodi. «Non hanno mica bisogno di essere rassicurate», giura, perché le loro bocciature si riferivano «alla fotografia della situazione che abbiamo ereditato» e non all'operato del suo governo. Metterà la fiducia sulla manovra? «Non lo so, manco da Roma da alcune ore», svicola lui. Poi, difende a spada tratta il suo ministro dell’Economia: «Le dimissioni di Padoa-Schioppa? Inconcepibili». Come è inconcepibile un’Italia fuori dall’euro a causa del debito troppo alto.
Poco dopo, intervenendo ad un dibattito organizzato dalla Reuters, assicura alla platea che lui si sta divertendo molto, perché governare l'Italia «is absolutely fun». E che non teme i ricatti della sinistra estrema, che in fondo «ha solo il 10%», mentre il «motore» della coalizione resta «the Olive tree party». Le difficoltà di convivenza ci sono, ma lui non teme per la sua sorte: anche perché, ricorda «sono stato abbastanza matto o coraggioso da chiedere le primarie», cui hanno partecipato «4 milioni e 500mila» cittadini, esagera confondendo un po’ i numeri. E dunque, è l'avvertimento rivolto a nemici ed alleati, «pensate che si potrebbe cambiare governo senza una reazione?». E se qualcuno pensa a larghe intese, sappia che «governare la mia coalizione di nove partiti non è più difficile che governare quella di due partiti in Germania». La giornata si conclude con l’intera comitiva italiana che, nell’aeroporto di Heathrow, vaga in cerca dell’aereo giusto. Una buona mezz’ora prima di trovarlo e imbarcarsi per l’Italia.