Prodi prova a blindare il governo: niente larghe intese, avanti 5 anni

Il premier catechizza i dirigenti della sua coalizione che escono dal vertice ripetendo: se cadiamo si va alle urne. Scontro sul referendum elettorale

Laura Cesaretti

da Roma

Quando si presenta sorridente davanti alle telecamere, a fine vertice, Romano Prodi sottolinea subito che non ci sono «larghe intese» all’orizzonte: «È stato ripetuto da tutti: questa coalizione è compatta e va avanti per cinque anni. E non ci saranno variazioni sul tema». E in effetti, sui prati all’inglese di Villa Pamphili, i dirigenti della sua maggioranza si sono disciplinatamente messi in fila per ripetere uno dietro l’altro quel che avevano solennemente giurato durante il giro di tavolo a porte chiuse: nessuno pensa a cambi di maggioranza e tanto meno di premier. «Noi, che siamo un partito di frontiera, questo governo lo sosteniamo perché lo guidi tu, Romano», ha assicurato Mastella. Dopo Prodi, nel «disgraziato caso il governo cadesse» evocato da Lamberto Dini, ci sono solo elezioni anticipate, giura il socialista Boselli: «Si è sgombrato il campo da equivoci su ipotetici scenari alternativi alimentati da più parti e rilanciati strumentalmente da Berlusconi», assicura. «C'è la consapevolezza che dopo Prodi non ci sono soluzioni alternative».
«Lo hanno ripetuto tutti anche dentro, con tanta insistenza che alla fine sembrava una excusatio non petita», racconta uno dei partecipanti. Il più energico è stato Piero Fassino, che girando lo sguardo attorno all’immenso tavolo da 50 ha scandito: «Immagino sia chiaro a tutti quelli che sono seduti qui che nessuno di noi potrebbe permettersi di reggere un cambio di maggioranza». Dentro il summit, aprendo la riunione dell’Unione, Prodi ci ha tenuto a mettere subito in chiaro che la sua leadership (che molti alleati vedevano declinante, da cui l’invito di D’Alema a «cominciare a comandare perché qui stiamo rischiando il caos») ha un fondamento indiscusso nelle Primarie (lui lo scrive con la P maiuscola), «un’innovazione politica che ci ha visto tutti protagonisti». Di quella investitura il Professore si fa scudo, agitandola davanti ad una maggioranza nella quale, lo sa, serpeggiano molti sospetti e ansie. Franco Giordano, leader di Rifondazione, ne ha evocati almeno un paio: «Non deve più accadere quel che è successo in commissione Bilancio al Senato sul decreto Lanzillotta sulle privatizzazioni dei servizi comunali: noi ci siamo opposti, e i nostri voti sono stati sostituiti da quelli dell’Udc». Di Pietro ha chiosato: «Ecco, non vorrei che le ali indigeste di questa coalizione si trovassero tagliate fuori senza neppure accorgersene».
L’altro punto dolente sollevato da Giordano è quello della riforma elettorale: «Non ci può essere una parte della maggioranza e persino del governo (il riferimento è ad Arturo Parisi, ndr) che appoggia insieme a pezzi della Cdl il referendum contro la proporzionale: dobbiamo decidere tutti insieme qual è la riforma che vogliamo, e poi discuterla con l’opposizione». E Prodi ha annuito rassicurante: «Bravo, Franco». Diliberto ha avvertito: «Voti a maggioranze variabili su questo o altri punti sarebbero la fine di questo governo».
Marco Pannella avvisa: «Sarò l’ultimo giapponese dell’utopia prodiana, ma solo se Prodi torna a essere quello che prometteva riforme radicali, se la maggioranza non cresce su questo non dura». Il verde Paolo Cento avanza un’ipotesi: «Stavolta Prodi non si fa infinocchiare: se deve esserci una maggioranza più larga, ci sarà perché la pilota lui. E il terreno di riforme importanti, come le pensioni, può essere quello decisivo». E lo Sdi Villetti annuisce: «Una grande coalizione potrebbe esserci solo se la avalla Prodi. Per ora, lo stato di precarietà della coalizione finisce per convenirgli, rafforza la sua leadership». Perché senza la garanzia che se Prodi cade non si torna a votare, nessuno ha voglia di «tagliare il ramo su cui siamo seduti», come dice Fassino.