Prodi-Rutelli, alleanza per potare la Quercia

Laura Cesaretti

nostro inviato a Porto Santo Stefano (Gr)

«Caro Francesco, grazie per aver voluto che fossi qui oggi, a chiudere questa festa insieme a te». E già dalle primissime parole pronunciate da Romano Prodi, appena salito sul palco della festa della Margherita si capisce che molto, moltissimo è cambiato. «Caro Romano, noi ti abbiamo scelto. E a Palazzo Chigi ti vogliamo per cinque anni, non per due anni e poi succede qualcos’altro. La Margherita ti è d’aiuto, tu dacci fiducia perché con noi sei più forte», lo saluta alla fine Rutelli, prima di chiuderlo in un abbraccio avvolgente. E il fotogramma conclusivo è un palco invaso dalle bandiere azzurre della Margherita, che sventolano attorno ai due sorridenti e allacciati sulle note della Canzone popolare di Ivano Fossati. La novità non è da poco, dopo anni di duelli estenuanti e scontri sanguinosi. E, lascia intendere qualcuno, potrebbe addirittura preludere a un colpo di scena ancora più clamoroso. Già, perché la questione di dove si candiderà il premier in pectore dell’Unione è tutt’altro che risolta, da quando la lista unitaria è stata sepolta.
«Trovo molto bello essere qui, fra vecchi amici, nella casa che abbiamo costruito insieme», ha detto ieri il Professore. E se finisse per candidarsi proprio nella Margherita? La domanda, girata al fido braccio destro di Prodi, Ricky Levi, riceve una risposta che lascia aperta ogni ipotesi: «Beh, vedremo. Vedremo...». Se un pasdaran prodiano come Willer Bordon potesse essere usato come barometro dei nuovi equilibri che si stanno assestando nel centrosinistra, il suo entusiasmo fornirebbe già la risposta: «Rutelli? Bravo, oggi è stato molto molto bravo», annuisce vigorosamente spellandosi le mani nell’applauso finale. Veramente il leader della Margherita ha ribadito punto per punto tutte le sue scelte di questi mesi, compreso il no alla lista unitaria. «Ma oggi ci ha fornito una nuova sintesi, che guarda avanti, con la prospettiva reale del Partito democratico...». E allora Prodi potrebbe candidarsi qui, nella «casa che abbiamo costruito insieme»? «Ora il problema non mi sento di porlo. Ma ne discuteremo», dice il capogruppo dei senatori dl. Cauto Franco Marini: «Non so, deve decidere Romano». Si sbilancia di più il suo luogotenente Beppe Fioroni: «Il problema esiste, andrà affrontato. E una soluzione del genere potrebbe maturare, oggi è sicuramente più vicina di qualche mese fa».
Una cosa è certa: il riavvicinamento tra Prodi e la Margherita c’è stato, e la conclusione della festa di ieri lo ha reso visibile. Rutelli si era studiato la battuta conclusiva, chiedendo consulenza agli esponenti toscani del partito: esattamente un anno fa, all’inizio del Grande Gelo, il Professore lo definì (sprezzantemente) un «bello guaglione». «Permettimi di ricambiare, Romano: ti vedo tonico, dimagrito, fai jogging... Veramente stai diventando un bel cittino!». E la battuta funziona, Prodi ride, ridono in prima fila Parisi e Santagata, il bel guaglione e il bel cittino si abbracciano. Non che sia scoppiato improvvisamente l’amore, che le diffidenze e le ferite di anni siano improvvisamente tutte risanate. Ma a quanto pare non è passato invano l’agosto delle scalate finanziarie e dei veleni nel centrosinistra, durante il quale i due si sono trovati sempre più spesso dalla stessa parte della barricata contro i Ds. Rutelli, spiegando dal palco il no della Margherita al Listone, per «chiudere con serenità e chiarezza questa stagione difficile», ha fornito tre ragioni. Primo, l’assenza di una prospettiva «internazionale»: finché non sarà costruito il «nuovo Partito democratico», i Dl non si faranno «assorbire» dai Ds nel Pse. Secondo, «lo scarso pluralismo» mostrato dalla Quercia in vicende come il referendum sulla fecondazione assistita. Terzo, e più scabroso tema: «Parliamo dell’Unipol». Perché anche lì la Quercia ha mostrato troppo poco «distacco» e «autonomia» da un’operazione economica sulla quale restano dubbi di trattamenti di favore, di «vantaggi» indebiti. Nulla contro il movimento cooperativo, assicura Rutelli. A patto però che non sia la «cinghia di trasmissione» di una parte politica.
Sarà pure un matrimonio di convenienza, quello fra Prodi e Rutelli, un'alleanza più di interessi che di affetti per essere entrambi più forti contro un alleato ingombrante. Ma qualche equilibrio consolidato dentro il centrosinistra è destinato a spostarlo, eccome.