Prodi salvo, la maggioranza traballa

La manovra passa con 161 voti a 157. Il premier si vanta ma liberaldemocratici e dissidenti lo avvertono: ormai sei al capolinea. Intanto Palazzo Chigi si prepara a mettere la <strong><a href="/a.pic1?ID=221074">fiducia sul decreto fiscale</a></strong>

Roma - L’apparizione di Romano Prodi a Palazzo Madama, alle 21.30, è risuonata come la prova provata che la Finanziaria sarebbe passata tranquillamente, e che la bomba Dini era stata disinnescata. Tant’è che dopo le dichiarazioni di voto - e quella di Lambertow è risuonata ambigua e meno pesante delle critiche espresse da Willer Bordon, «voto sì, ma la maggioranza non c’è più») - la manovra economica è stata approvata con 161 voti contro 157 poco prima delle 23; e il premier, tronfio e pettoruto, ha incassato il risultato invitando Silvio Berlusconi ad «ammettere che s’è sbagliato» e ignorando serenamente il diluvio sul quale sta galleggiando.

Dei senatori a vita, Francesco Cossiga ha votato contro, come aveva promesso, citando versi in onore dei 600 lancieri di Balaclava, «caduti sotto i colpi del russo Prodi e del prussiano Dini». Oscar Luigi Scalfaro e Rita Levi Montalcini, presenti e tenaci come virgulti, hanno ovviamente votato a favore, come Carlo Azeglio Ciampi materializzatosi subito dopo Prodi ed Emilio Colombo. Giulio Andreotti se n’era andato da qualche ora. È finita in rissa, con testate, «vaffa» e conseguente sgombero delle tribune. E il centrodestra in rivolta contro Anna Finocchiaro, che aveva accusato l’opposizione di «tentativi di corruzione politica dei nostri senatori». «Calunnie e ignobili accuse che respingiamo», replica in tarda serata Berlusconi. Perché il centrodestra non ha proseguito la battaglia, per portare il voto finale almeno a oggi? «Molti dei nostri sarebbero stati assenti, e io con loro» risponde Lino Jannuzzi lamentando che trascinare una battaglia «palesemente chiusa già mercoledì», non può che produrre «scivoloni come questi».

Lo «scivolone» è quello pomeridiano sulla class action che ha oscurato il successo incassato al mattino dal centrodestra. La maggioranza, per compiacere il gruppetto di Dini (tre senatori compreso il leader, ma pesanti come trenta) aveva appena approvato - 157 voti contro 145 e 2 astenuti - dei paletti frenanti alla regolarizzazione dei precari, per poi subito vedersi battuta su un emendamento di Forza Italia che rinvia la chiusura di 20 uffici periferici dell’Economia al 2010. E decisiva era risultata l’improvvisa uscita dall’aula di Dini e del suo Giuseppe Scalera. Così la sconfitta pomeridiana è risultata ancor più amara, perché la speranza di mandare al tappeto il governo era forte e fondata, Maurizio Sacconi era giunto persino a togliersi una scarpa sbattendola sul banco, come Kruscev all’Onu, per protestare contro il presidente Franco Marini che non lasciava parlare l’opposizione. Era un emendamento promesso dal governo a Bordon e Manzione, per accattivarseli, quello che introduce l’azione collettiva risarcitoria.

Ed è passato con 158 voti, contro 40 e 116 astenuti, che al Senato valgono come contrari. Ma tra i sì, c’era pure quello del forzista Roberto Antonione, che poi in lagrime s’è giustificato «mi sono sbagliato, mi sono sbagliato!». Avesse votato come il suo gruppo, il risultato sarebbe stato di parità, e l’emendamento bocciato. Quel che colpisce nella giornata di ieri però, è che al di sopra o al di sotto dello scontro politico, è passato di tutto e di più. All’unanimità - nemmeno una lucetta rossa sul tabellone elettronico - sono state approvate le provvidenze per le vittime del pizzo e delle trasfusioni di sangue infetto, e quasi all’unanimità la trasparenza dei compensi di divi e divette Rai. A gran maggioranza son stati salvati i diritti acquisiti dei supermanager pubblici, risarciti gli incidenti sul lavoro, e compensati i tagli operati alle forze armate e a quelle dell’ordine. A maggioranza, son volate ciambelle di salvataggio per i precari dello Stato e per i portaborse dei politici. Ieri però, s’è affacciato anche un briciolo di umanità, in quella bomboniera che a stento riesce a dimostrare la propria utilità («Se il Senato fosse un negozio, con questo metodo di lavoro avrebbe chiuso da un pezzo», riconosce Andreotti).

Uno scambio tra Marini che presiedeva e Alfredo Biondi che aveva chiesto la parola, dopo che Fi aveva esaurito il suo tempo. «Ha soltanto due minuti a disposizione, senatore Biondi. Due minuti rigidi», lo ha avvertito Marini. «Presidente, alla nostra età la rigidità può essere soltanto un’ispirazione», ha sospirato Biondi. E l’altro, sorridendo: «Sì, ma qualche volta ci riesce».