Prodi si barrica nel bunker: "Mi sfiduci il Parlamento" E manda frecciate a Veltroni

Surreale discorso del premier: lasciatemi al governo, ho rimesso in piedi l’Italia. Oggi voto alla Camera, domani in Senato

Roma - L’aveva fatto sapere ai fedelissimi che avrebbe venduto cara la pelle. E così, pur con la solita aria di bulldog triste, messo in mezzo ai vice D’Alema e Rutelli che parevano e vestivano in gramaglie, Romano Prodi ha ringhiato per 15 minuti buoni dal banco del presidente del Consiglio a Montecitorio. Negando di aver lasciato solo Mastella «né come esponente politico, né come ministro né come uomo». Ululando a tratti contro una magistratura che deve riconoscere «il primato della politica» e specialmente essere «professionale e neutrale». Ma soprattutto dedicando un peana ai tanti «successi» del suo governo, capace di «rimettere in piedi il Paese» dopo i tanti fallimenti di Silvio Berlusconi (peraltro non nominato).

Alla sfida, insomma, il Professore ha reagito con un rilancio. Quanto sia stato azzardato è ancora da verificare, visto che la fiducia è prevista per oggi (Camera) e domani (Senato). Ma in buona sostanza Prodi ha replicato all’addio di Mastella, coprendosi a sinistra e, di fatto, mollando un calcio negli stinchi a Veltroni e alla sua cricca: invitati senza mezze parole a portare nelle aule del Parlamento eventuali retropensieri che si ritiene poco prudente mettere in chiaro. Cambio del sistema elettorale, riforme più in generale, revisione del sistema fiscale: per il premier è lui che deve mettervi mano e non altri. Questo formalmente perché è solo «con coerenza, coraggio e continuità» che si possono raggiungere risultati. Ma anche - e questo Prodi si è guardato bene dal dirlo - perché lui si metterebbe contro chi pensasse di sostituirlo in un governo di transizione o anche elettorale con pochi, limitati obiettivi come la revisione del sistema di voto.

Partito cauto, come suo solito, in una difesa di Mastella fatta di puntualizzazioni ai magistrati, ma anche con un riconoscimento del loro ruolo, Prodi ha cominciato ad alzare toni e volumi quando si è passati alla disamina della situazione dopo l’annuncio dell’addio del guardasigilli, tenendo a chiarire che «agenzie di stampa e dibattiti tv» non lo smuovono certo e che per sottrargli la poltrona occorre un voto delle Camere. «Pub-bli-ca-men-te... decidete» ha sfidato l’aula. Ricordando però, agli avversari ma soprattutto ai suoi, l’esistenza di un «patto di legislatura sottoscritto da tutti» e in cui, nero su bianco, si garantiva «una alleanza destinata a durare l’intero arco della legislatura».

Poi, l’avvio dei ruggiti: perché cambiare? E giù a sciorinare i «grandi successi» (tra gli uh, uh, uh sempre più biliosi del centrodestra) della sua compagine governativa: avanzo primario, riduzione del debito, aumento dell’occupazione, redistribuzione del reddito tra i più deboli, ritrovata fiducia Ue, maggiore credibilità internazionale e addirittura salvaguardia della pace nel mondo. Un elenco sterminato e, come gli italiani vivono quotidianamente, assolutamente inverosimile. Strillava sdegnato il centrodestra, con l’ala massimalista del centrosinistra che si preoccupava subito di entrare in battaglia (con chiaro ma nascosto sconforto dei veltroniani). «Il nostro è un lavoro che ha dato grandi frutti e ne darà ancora!» proseguiva tra gli inni di Rifondazione, comunisti e verdi. E chiudeva il capitolo autoincensatorio senza troppi pudori: «Questa è la sintesi dell’attività di governo che presento con orgoglio!».

Dai banchi di destra si ritmava la richiesta di «elezioni». Da quelli contrapposti piovevano applausi. Una cerimonia strana. In cui, più che fare il punto - come erano usi i vecchi premier dc in odor di allontanamento, per non far saltare nuove possibili intese - il premier si è messo in gioco contro l’opposizione ma soprattutto contro una corposa parte della sua maggioranza. Dopo di me, il diluvio, è parso minacciare dopo aver assicurato di aver trasformato l’Italia in Bengodi e in solo 20 mesi. I volti tirati e pensierosi di D’Alema, Rutelli e di qualche altro ministro (notata l’assenza di Di Pietro) raccontavano altre storie. Ma forse ha ragione chi, come il leghista Castelli, dice che più che un problema politico siamo di fronte a un caso piscopatologico. Romano Prodi crede in quel che ha detto. Anche se è rimasto il solo.