Prodi si prende la Giustizia Berlusconi: Paese in bilico

Il premier Guardasigilli ad interim. Solidarietà a Mastella, poi: &quot;Aspetto il ritorno di Clemente e conto sull'Udc&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=234778" target="_blank">Il Cavaliere: &quot;Governo in grave difficoltà&quot;</a></strong>. <a href="mailto:commenta@ilgiornale.it" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">Commenta</font></strong></a>. <a href="/a.pic1?ID=234750" target="_blank"><strong>Leggi i commenti</strong></a>

Roma - Una notte tesa sull’abisso, e sette minuti da funambolo: così Romano Prodi resta in piedi ancora una volta. Precario in un governo di precari. Addirittura, ed è la prima volta che accade nella storia della Repubblica, assume l’«interim» alla Giustizia aspettando e sperando che «presto torni Clemente».

Non si era mai visto. Ma che il sentiero fosse strettissimo è stato evidente fin dall’altra notte, quando il premier ha messo in chiaro le sue pene con i collaboratori. «Dobbiamo tenere dentro Mastella, ma senza scatenare una guerra contro i giudici». Troppo in là si era spinto in Guardasigilli durante l’annuncio delle sue dimissioni, insostenibile per la maggioranza il suo affondo contro la magistratura. Una stonatura emersa evidente anche durante il vertice del Pd, e che il leader Veltroni è corso a riferire a Prodi ieri mattina, in un incontro durato un’ora. «Non possiamo impelagarci, guai a fare una difesa di casta, la nostra gente ci abbandonerebbe».

Ammissione di debolezza che ha finito per rafforzare l’incrollabile fiducia di Prodi in se stesso. Complice il piano inclinato che porterà verso il referendum elettorale, un’altra battaglia vinta dal premier sul leader del Pd. Stanno cambiando di nuovo i rapporti di forza: così persino la notizia dell’appoggio esterno dell’Udeur viene accolta da Palazzo Chigi come una quasi-vittoria. «In futuro contiamo sull’appoggio dell’Udeur», rimarcherà il premier in aula.

Il resto è un canovaccio di facile interpretazione, per un personaggio come Prodi abituato ad andare avanti incurante della forma. Poco dopo le due il presidente del Consiglio sale al Quirinale per assumere l’interim del ministero di via Arenula. Dieci minuti dopo, alle 14 e 35, comincia a parlare a Montecitorio. Alla sua sinistra l’impassibile Amato, alla sua destra Parisi (per tutto il tempo impegnato con il blackberry). Un posto più in là, Di Pietro con le orecchie spianate come fucili. Ecco Prodi fare la sua danza nel vuoto: magnifica la «rara sensibilità istituzionale» di Mastella, la sua «sincerità e nobiltà», le sue «ragioni dell’onore e della famiglia». Tira in ballo persino il proprio «affetto» per l’amico Clemente (mai come in questo caso), e rubrica il suo duro attacco alla magistratura alla stregua di sfogo emotivo: «Mastella ha parlato da uomo offeso nell’onore», dice, come nella commedia all’italiana. Di Pietro è l’unico a prendere appunti e non perde una parola.

Detto dell’«interim limitato nel tempo, segnale di un’attesa che la magistratura possa in tempi rapidi giungere a un chiarimento forte» che restituisca un Mastella rinnovato alla propria poltrona, Prodi raddrizza il tiro sulla magistratura come se nulla fosse. «Mi impegno fin d’ora, in qualità di Guardasigilli, a proseguire una politica di trasparenza, di rispetto dell’indipendenza della magistratura e di tutela delle persone, a partire dalla presunzione di innocenza del cittadino indagato...». Sono le 14 e 42, l’applauso è poco convinto dagli stessi banchi della maggioranza, e Di Pietro (fremente, si è già alzato) esce dall’aula.

Il governo «deve proseguire senza perdite di velocità», è il credo prodiano ribadito più tardi anche in Senato. Nonostante i collaboratori fossero già pronti a qualsiasi evenienza, «va tutto bene e non c’è niente di incredibile», dice ai cronisti che lo attorniano. A Palazzo Madama incontrerà anche Calderoli e Manzione, che lo avverte dei rischi delle «maggioranze variabili». Ma non c’è nulla che in questo momento intimorisca il muro di gomma del premier.

«Evidentemente deve avere una buona ricetta...», ironizzerà Fausto Bertinotti dal Venezuela. «È appeso a un filo, non ha i numeri e neppure un grande consenso, inutile girarci intorno», sbotta Cesare Salvi. «Ma intanto quello che dovevamo evitare siamo riusciti a evitarlo: la guerra contro la magistratura», si rilassa il portavoce Sircana.

Restano sul cammino un’infinità di mine, a cominciare da quella del referendum. Ormai non è un mistero che il premier lo preferisce a qualsiasi legge, anche se è costretto a ripetere che «la strada maestra è quella parlamentare». «La nostra scommessa è che il referendum ci rafforzi...», sussurra un collaboratore. Ma due passi più in là c’è il segretario rifondatore Giordano, e l’aria non è proprio felice. «La maionese è impazzita - si sfoga -, e il referendum sarebbe devastante. Purtroppo forze all’interno del governo ci stanno puntando con decisione». Rifondazione ne uscirebbe con le ossa rotte. E intanto questa soluzione pilatesca sul caso-Mastella, se forse era la più «saggia» possibile, non rassicura sull’avvenire. «Siamo garantisti ma non ci stiamo a critiche o interferenze con l’operato dei giudici. Quest’aula non è mica un lavacro...». Sarà una battaglia all’ultimo sangue, per conquistare di volta in volta il pugno di voti mastelliani in Senato: chissà fino a quando Rifondazione vorrà continuare a svenarsi.