«Da Prodi solo arroganza e silenzi Anche l’Unione non lo difende più»

Il senatore di An: «Era cattolico e liberale, ma ora non è più nulla di tutto ciò perché non sa esprimere ideali politici»

da Roma

«Chiaro chi? Prodi? Serio addirittura, come dice Zanda? Ma non scherziamo, la sua audizione al Senato è stata perfino più fumosa e reticente di quella alla Camera». A quanto pare ad Altero Matteoli, capogruppo di An a Palazzo Madama, il discorso del premier sul caso-Telecom non è piaciuto per niente. «No, non mi poteva piacere - spiega -, è stato uno show fatto di silenzi, di arroganza, di capriole disinvolte. Si è nascosto dietro tecnicismi schivando il cuore del problema, il ruolo del governo nella vicenda. Alla fine l’unica cosa chiara è che il Romano Prodi presidente del Consiglio cerca di correggere il Romano Prodi ex presidente dell’Iri».
Cos’è in particolare che non l’ha convinta?
«Non mi ha convinto nulla. Fin dall’inizio Prodi non ha mai detto la verità e ha mostrato un totale disprezzo per il Parlamento. Rispondeva “ma siamo matti?” a chi gli chiedeva di raccontare quello che è successo, ci ha definito assurdi, ridicoli, pazzi, perché volevamo spiegazioni, non solo noi dell’opposizione ma anche larghi settori della maggioranza. Senza parlare dei giornali, della risonanza internazionale della vicenda, dell’intervista del Financial Times a Tronchetti Provera. E ora che fa? Arriva al Senato e insiste sulla storiella che lui del piano Rovati non sapeva nulla. Ma chi ci crede? Ormai neanche i suoi amici».
Al Senato è apparso, anche fisicamente, solo. Accanto a lui tra gli scranni del governo c’erano solo i ministri Chiti e Gentiloni...
«Infatti, brillava l’assenza dei due vicepremier D’Alema e Rutelli. Chiti e Gentiloni erano lì solo per dovere d’ufficio. Ma anche l’emiciclo sinistro dell’aula, così freddo, così distante dalle sue parole. Al punto che alcuni dei nostri hanno cominciato a sfottere: “Fategli qualche applauso”. Solo allora i senatori dell’Unione gli hanno rivolto un timido battimani».
E il dibattito?
«Pure quello ha avuto momenti imbarazzanti. L’unico intervento di un certo peso in difesa di Prodi è stato quello di Luigi Zanda. Un discorso discutibile, sul quale si può essere d’accordo o no, comunque serio e argomentato. Gli altri erano pieni di critiche. Soprattutto quello di Manuela Palermi: a parte la generica dichiarazione iniziale di appoggio, il suo intervento poteva benissimo essere pronunciato da un senatore della Cdl».
Cosa significa questo?
«È il segno dell’isolamento politico del presidente del Consiglio e dell’imbarazzo della maggioranza che lo sostiene. Alla fine dell’audizione mi viene da fare una domanda: chi è Prodi oggi? Se guardiamo alla sua storia, alla sua formazione, all’Iri, a Nomisma, si dovrebbe dire che è un cattolico e un liberale. Ma adesso? Non può più essere chiamato cattolico, dopo certe prese di posizione, e, visto il caso Telecom, nemmeno un liberale. Non è neppure un comunista, anche se il suo governo è condizionato dai comunisti. Ecco, non è definibile perché non esprime ideali».
Passate le forche caudine, Prodi riuscirà a mettersi il caso Telecom alle spalle?
«Fino a un certo punto. È vero, adesso l’attenzione di tutti tornerà a concentrarsi sulla Finanziaria, ma le due cose dal punto di vista politico sono intimamente legate. Dopo la levata di scudi generale contro la manovra, chi pensava che la Telecom fosse solo una scivolata, dovrà ripensarci. Io sono in Parlamento da 25 anni e non mi era mai capitato di sentire un presidente del Consiglio che, un’ora dopo la presentazione della legge di bilancio, proponesse di ritirare un articolo. Lui lo ha fatto, obbligato da Rifondazione, con i fondi per le missioni all’estero».
Secondo lei dunque la via crucis del premier continua.
«Certo. Voglio vedere come se la caverà con la rivolta dei sindaci. Cosa dirà a Chiamparino che vuole portargli a Palazzo Chigi le chiavi di Torino?».