Prodi spera nel Colle per evitare la crisi sul decreto sicurezza

da Roma

No, così io non lo firmo. Se il testo non cambia, scrive Giorgio Napolitano, se non si sanano i problemi giuridici sollevati dalla norma sull’omofobia, se non si tolgono i «riferimenti erronei» al trattato di Amsterdam, il decreto sulla sicurezza non potrà avere il via libera del Quirinale. Sembra uno schiaffo al governo, che già molto ha ballato sulla questione. Ma paradossalmente per Palazzo Chigi la presa di posizione del capo dello Stato diventa quasi lo strumento per far passare il cammello nella cruna nell’ago, per mettere spalle al muro le due ali della maggioranza ingabbiandole in un percorso deciso dal Colle. Così, nessun cambiamento, nessun nuovo voto a rischio al Senato. «Il governo non ha intenzione di emendarlo - spiega Giuliano Amato - il provvedimento resta così com’è». Servirà però un secondo decreto per salvare tutti i processi in corso avviati con la legge Mancino che la nuova norma anti-omofobia farebbe saltare.
Giornata da incubo per gli uffici giuridici di Palazzo Chigi e del Quirinale. Inizia con una lettera di Napolitano ad Altero Matteoli: «La questione relativa alla norma inserita nel decreto 181, e votata al Senato in una dizione che contiene oltretutto riferimenti erronei, merita da parte mia, per la prerogativa attribuitami dalla Costituzione di promulgazione delle leggi, un esame attento e rigoroso che certamente non mancherà». Il presidente formalmente risponde ai capigruppo dell’opposizione, che gli avevano scritto giorni fa sottolineando gli errori del testo, sia quelli materiali che riguardano il trattato di Amsterdam, sia quelli giuridici: senza correzioni, il dl annullerebbe la legge Mancino. Ma nella sostanza il messaggio di Napolitano è diretto al governo: non posso certo firmare questo pasticcio, datevi da fare perché siete ancora in tempo. In ogni caso non sarà tollerato un bis dell’anno scorso, quando a Napolitano presentarono una Finanziaria con un errore tecnico nell’emendamento Fuda sulla sanatoria per i reati della pubblica amministrazione. Uno sbaglio che fu corretto solo dopo, perché non c’era più il tempo prima della mezzanotte del 31 dicembre.
Mentre il centrodestra applaude la mossa del Colle, i membri di centrosinistra delle Commissioni giustizia e affari costituzionali si riuniscono nell’ufficio di Luciano Violante per trovare una difficile quadratura del cerchio. C’è un problema politico, perché da un lato bisogna considerare l’insistenza della sinistra radicale, dall’altro l’intransigenza dei teodem come la Binetti, che annuncia che continuerà a votare no, e di Mastella. E c’è un problema giuridico-istituzionale: il Quirinale stavolta non farà sconti. Tre le soluzioni possibili. La prima, far cadere il decreto, come propone il socialista Franco Grillini. La seconda, cancellare la norma della discordia, esponendosi però a pericolosi contraccolpi al Senato. Viene scelta la terza, mantenere il testo incastrandolo in una complicata «catena di decreti» che confermi il dl incriminato e al tempo stesso metta al riparo i processi della Mancino. Riuscirà il governo a non incartarsi nelle carte bollate? Domani il voto decisivo alla Camera.