Prodi, summit farsa per salvare il posto "Uniti in politica estera"

Il premier: "Avvitamento pericoloso, ora si segua la linea". Ma su Kabul e la base di Vicenza restano le tensioni con la sinistra radicale

Roma - Il compromesso finale era già stato sottoscritto prima dell’inizio del vertice di maggioranza. In una situazione tanto delicata, e dopo giorni di «pericolosissimo avvitamento» del centrosinistra, come ha denunciato lo stesso Romano Prodi, il premier non voleva certo arrivare al confronto nell’Unione sulla politica estera al buio.
Così ieri Palazzo Chigi sembrava l’hotel di una pochade di Feydeau, gente che entrava e gente che usciva e Prodi costretto a dar retta a tutti: prima ha visto a lungo Parisi e D’Alema (anche per concordare la mossa della letteraccia agli ambasciatori, reclamata dalla sinistra), poi ha sentito al telefono Fassino, poi ha incontrato il leader di Rifondazione Franco Giordano. A quel punto Diliberto ha piantato una grana: perché lui sì e io no? E Prodi ha invitato anche lui. I Verdi ci sono rimasti male, e Pecoraro ha fatto sapere di essere presente anche lui, se non nel corpo almeno in spirito: «in continuo contatto telefonico» col capo del governo.
Conclusione: un documento finale nel quale non si fa parola del caso Vicenza (altrimenti finiva come al Senato la settimana scorsa), si ribadisce la fede collettiva nell’«insostituibilità» dell’Unione, contro i «tentativi per superare l’attuale maggioranza» denunciati da Giordano, e si conferma il «pieno sostegno» alla la politica «estera e di difesa» del governo (Parisi si è impuntato su questo).
«Almeno dovremmo fissare il punto che una volta concordata una scelta non ci possono essere dissociazioni al momento del voto, perché il problema esiste», ha provato a chiedere Piero Fassino durante la riunione. Perché «sulla politica estera o siamo uniti o il governo cade», ha avvertito D’Alema. Ma sulla questione Afghanistan, (dove ovviamente «dobbiamo restare», ha ribadito il premier, e nessuno ha obiettato, salvo Diliberto che ha chiesto: «Dovete aiutarci a tenere i nostri parlamentari») la sinistra radicale non poteva sciogliere la riserva: c’è la manifestazione di protesta contro la base di Vicenza alla quale sono attesi i leader dei partiti pacifisti (non i membri di governo, ha ingiunto Prodi, e «evitiamo che si trasformi in una gazzarra antiamericana», ha ammonito D’Alema), e c’è una trattativa parlamentare sul testo del decreto di rinnovo della missione da tirare ancora un po’ in lungo per far mostra con la propria base parlamentare di aver ottenuto risultati concreti. Prodi ha già concesso l’impegno del governo per una fantomatica «conferenza internazionale di pace» sull’Afghanistan reclamata dal Prc, che in qualche modo dovrebbe essere evocata nel decreto per convincere un po’ di dissidenti a votare sì. Ma, ha avvertito, sulla politica estera «più che la concertazione conta la condivisione», e una volta stabilita «la linea, la si segue e rispetta».
Che il vertice non sarebbe stato certo un redde rationem lo si capiva già dal numero dei partecipanti. Rutelli, protagonista negli ultimi giorni di un feroce scontro con l’ala sinistra, se ne è andato dopo una mezz’ora per correre a Ballarò. Mastella ha fatto atto di presenza e poi si è scusato: «Sono malato». Il titolare della Difesa Arturo Parisi, che dal triste giorno in cui la maggioranza non è stata in grado di votargli il sostegno in Senato reclamava un «chiarimento profondo» nel centrosinistra, ieri sera faceva trapelare la propria delusione per un esito che lascia aggrovigliati tutti i nodi dell’Unione.
Prodi ha tirato le orecchie alla sua maggioranza, chiedendo che «cambi musica». Ha denunciato «l’avvitamento pericolosissimo del dibattito interno», distribuendo scappellotti a destra (Rutelli e Mastella) e a manca (la sinistra radical): «Sono seriamente preoccupato da questi atteggiamenti: rivendicazioni, pagelle, penultimatum. Il nostro elettorato non capisce», perché vuole «un centrosinistra compatto e coeso». Ha ribadito la propria disponibilità al confronto permanente: «Quando si è chiesto al governo di discutere, le porte sono sempre state aperte», ha denunciato il rischio che «invece di governare si litighi, invece di amministrare il paese si mettano bandierine o si alzino asticelle», in una sorta di «campagna elettorale» permanente. Soprattutto, ha tra le righe mandato una serie di avvertimenti: «Non accettiamo ingerenze, pressioni e violazioni degli accordi: vale per le missioni di pace, per le scelte istituzionali e per quelle sui diritti delle persone. La nostra democrazia non ha bisogno di lezioni». Un messaggio rivolto a tutti quei soggetti (gli Usa, la Chiesa e il suo pressing anti-Pacs, settori di establishment che attaccano le sue scelte economiche), che nei sospetti di Palazzo Chigi stanno lavorando contro il suo governo.