Prodi toglie il disturbo: "Ora lascio la politica"

Il premier annuncia il ritiro: forse aspetta un alto incarico all’Onu. Il freddo commiato di D’Alema: &quot;Gli telefonerò&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=246996">Pd come l'Unione</a></strong>: partito degli statali

Roma - C’è chi stenta a riconoscerlo così avvilito, amareggiato, rinunciatario. Una parte del suo staff. C’è chi scommette sia l’ultimo escamotage per una risalita alla conte di Montecristo. Gli amici dalla fiducia cieca. C’è chi gli rende l’onore delle armi: «Meglio lui di queste checche isteriche». Il leghista Roberto Calderoli. C’è chi alza i sopraccigli e sospira: «Gli telefonerò». Massimo D’Alema. C’è chi ora lo teme davvero. I suoi nipotini.

Prodi lascia la politica italiana, e gli italiani riconoscenti apprendono la buona novella dagli schermi del Tg24 di Sky, il preferito dal premier. «Il futuro è sempre bello. Io ho chiuso con la politica italiana, forse ho chiuso con la politica...». Prima che il sollievo dilaghi, il Professore s’apre un orizzonte: «Ma il mondo è pieno di occasioni e di doveri, c’è tanta gente che aspetta una parola di pace e di aiuto, e quindi c’è più spazio adesso di prima». Specie da quando gli africani hanno appreso che Veltroni non piomberà da loro - ma questo Prodi non lo dice.

Si profila un alto incarico all’Onu, però non è facile supporre che la gente in attesa di una parola di pace e d’aiuto la voglia proprio da lui. Più presumibile la soddisfazione che l’annuncio produce, soprattutto nel suo Pd. Deve metterci una pezza il verde Bonelli che, augurandogli ogni bene, rileva lo «strano e imbarazzante silenzio del Pd». Il candidato Veltroni a quel punto non può fare a meno di scrivere il coccodrillo: «Le parole di Prodi confermano il suo stile, il suo disinteresse personale, il suo essere un uomo di Stato. E questo è tanto più importante proprio mentre torniamo ad ascoltare i toni di una politica aggressiva e rissosa. Romano per due volte ha risanato i conti pubblici ed è un uomo di Stato che da premier e da presidente della Commissione Ue ha dato lustro e prestigio all’Italia». Torna una «riserva della Repubblica», e da «riservista» potrebbe tornare buono un giorno per il Quirinale. Ma questo è ciò che pensa Romano (e l’amico Rovati), e Walter non si spinge a dire.

Troppi colpi uno dietro l’altro devono aver smontato il famoso bulldozer che si vantava d’essere un diesel invincibile. Dapprima il «lavoro ai fianchi» del giovane Veltroni appena incoronato dalle primarie. Poi la crisi di governo, in qualche modo incentivata da Confindustria e Vaticano. La rovinosa (ma orgogliosa) caduta in Senato. La scelta del Pd di tenersi alla larga dall’ingombrante fallimento del suo governo, e quella di Veltroni di chiedergli un «profilo basso» in campagna elettorale. Talmente basso, da fargli cadere addosso persino la candidatura dell’industriale Calearo, con il suo pesantissimo giudizio su «San Mastella che ha fatto cadere Prodi». La telefonata di scuse di Walter non è bastata al premier che, sbollita l’ira («Rob de matt!», era sbottato), deve aver toccato con mano quanto sia lontano questo Pd da quello sognato. Il fido Parisi fino all’ultimo ha cercato di rianimarlo, ma il Romano d’un tempo non c’era più: meditando sull’ingratitudine umana potrà sceglierà l’esilio a Cascais o Tripoli (Gheddafi ieri ha sottolineato amicizia e ammirazione per l’uomo). Potrebbe finire al Palazzo di Vetro o al Museo delle cere, come sognano certi suoi nemici maramaldi. Ma sarà comunque un mezzo per ricomporsi, in vista del ritorno, che accerta la forte tempra dell’uomo. Cui resta l’onore delle armi e quell’inarcarsi di sopracciglio dalemiano: «Romano lascia la politica? Non è una novità che abbia deciso di non candidarsi: una decisione sua per lasciare spazio a nuove generazioni. Gli farò una telefonata per capire». Una telefonata a volte non allunga la vita.