Prodi toglie la maschera: porte aperte a Hamas

Il presidente del Consiglio in visita a Riad elogia le iniziative di
pace saudite per il Medio Oriente e fa il tifo per il movimento
fondamentalista palestinese: «L’Italia spinge
perché diventi democratico e cooperativo piuttosto che emarginarlo»

Roma - Romano Prodi tifa per un «Hamas democratico». E sostiene la necessità di favorire la creazione di uno Stato palestinese: «È arrivato il momento di dare vita finalmente a uno Stato sovrano e indipendente che viva in pace e sicurezza al fianco di Israele». Sarà l’originalità della politica italiana in Medio Oriente rispetto a quella atlantica, sarà un tentativo di restare in un particolare equilibrio diplomatico nel momento in cui i nostri soldati sono impegnati in una missione di pace in Libano, certo è che le parole del premier da Riad - soprattutto quelle su Hamas - si inseriscono nel solco di quelle pronunciate dal ministro degli Esteri Massimo D’Alema e confermano una notevole apertura di credito. Dice infatti il presidente del Consiglio dall’Arabia Saudita: «L’Italia spinge per un Hamas democratico e cooperativo piuttosto che per emarginarlo anche perché una sua eliminazione appare in questo momento poco realistica. Conosciamo la complessità di Hamas, ma riteniamo che sia un elemento durevole del panorama politico palestinese». Insomma, una notevole apertura di credito, verso il partito integralista palestinese, spietato nemico di Israele, ma anche avversario feroce del partito Fatah di Abu Mazen, fino a rasentare la guerra civile.

Certo, il presidente del Consiglio non si dimentica di «riequilibrare» le sue parole. Prodi aggiunge di ritenere il premier israeliano Ehud Olmert «un valido interlocutore» e «controparte fondamentale» per il raggiungimento di un accordo. Prodi parla del Libano, dove - ripete - è necessario evitare «che si cada di nuovo nel baratro della guerra civile». E poi riflette anche sull’Iraq: «Guai a qualsiasi ripartizione - ammonisce - guai, opposizione totale, completa, ripetuta a qualsiasi ripartizione fisica dell’Iraq proprio perché il problema è quello di riprodurre una vita delle comunità, altrimenti si torna indietro di secoli e secoli». Prodi spiega che questa posizione è condivisa dall’Arabia Saudita e, a chi gli fa notare che gli Stati Uniti pensano a una possibile tripartizione del Paese, spiega: «Il mio parere è che nell’amministrazione americana su questo punto c’è indecisione, invece nella posizione saudita c’è il senso che o si riprende a far convivere le diverse parti e correnti religiose o si perde totalmente la possibilità di rinascita».

Poi il presidente del Consiglio, riferendo i contenuti del colloquio avuto ieri con il Re Abdullah di Giordania, ha spiegato che «massima parte del tempo è stata dedicata ad approfondire una strategia per il Darfur. È una tragedia umanitaria che si sperava potesse essere affrontata e risolta, ma ancora non si riesce a coagulare una strategia internazionale in materia». E sempre a proposito dell’emergenza africana, ricorda la crisi della Somalia dove decine di persone, per lo più civili, hanno perso la vita negli ultimi scontri a Mogadiscio: «L’Italia - osserva - non può distrarsi sulla Somalia, abbiamo il dovere di essere attenti. Un altro, ennesimo, focolaio di crisi si è aperto».

Ovviamente le aperture di Prodi hanno suscitato reazioni. Ad esempio quella del vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto: «Ci domandiamo - ironizza Cicchitto - se il presidente del Consiglio Prodi conosca le posizioni oltranziste di Hamas nei confronti di Israele quando sollecita l’Ue ad aprire un dialogo con questa organizzazione politica terroristica che non sta dando nessun segno di cambiamento». Il premier tornerà a insistere sulla prospettiva di pace domani, quando a Roma incontrerà il presidente dell’Anp, Abu Mazen. Il piano saudita, risalente al 2002 e rilanciato tre settimane fa dal vertice della Lega Araba, secondo il presidente del Consiglio sarà «un punto di ripartenza» per riaprire la trattativa. Anche perché, dice Prodi con un altro invito a Israele che apre alle posizioni sostenute dai palestinesi, «non si può riconoscere solo una parte del governo».