Prodi, ultimo pasticcio per salvare la manovra

da Roma

La super-Finanziaria da 35 miliardi di Prodi e Padoa-Schioppa è diventata legge nel tardo pomeriggio di ieri. Il presidente della Repubblica ha finalmente apposto la sospirata firma, ora non resta che attendere la pubblicazione del testo sulla Gazzetta Ufficiale.
Napolitano, come aveva annunciato senza giri di parole al premier nel burrascoso incontro della settimana scorsa al Quirinale, ha atteso, per dare il suo via libera, che il governo trovasse una soluzione al pasticciaccio delle prescrizioni, infilate di soppiatto nel maxi-emendamento alla vigilia del voto di fiducia. E ieri un Consiglio dei ministri straordinario, convocato da Prodi nel bel mezzo delle ferie natalizie, ha varato il decreto che dovrebbe servire a sanare quello che il ministro Di Pietro definisce «il misfatto». Il provvedimento si limita ad abrogare l’ormai famigerato comma 1343 della Finanziaria, altrimenti noto come «emendamento Fuda» dal nome del suo presentatore, ma in realtà gli uffici legislativi di Palazzo Chigi che hanno lavorato al testo hanno sudato sette camicie per risolvere il rebus giuridico che il caso ha creato: come abrogare per decreto una norma non ancora entrata in vigore, ossia quella contenuta nella Finanziaria? Il governo giura di avercela fatta, anche se tra i giuristi circolano molti dubbi. D’altronde Prodi considerava la via (tortuosissima) del decreto come obbligata: la strada più ragionevole e ovvia sarebbe stata quella di togliere il comma Fuda nella terza lettura della Finanziaria alla Camera. Ma questo avrebbe comportato un ulteriore passaggio della manovra a Palazzo Madama: un rischio che nessuno, nella maggioranza, si sentiva di affrontare.
Nell’Unione si tira un sospiro di sollievo, a cominciare da Tonino Di Pietro: «Giustizia è fatta!», tuona l’ex pm con tanto di punto esclamativo, «almeno nella parte in cui è stato evitato che il tentativo di misfatto producesse gli effetti sperati». Ma non è finita qui, per il ministro: «Una mano criminale ha inserito notte tempo, con artefizi e raggiro, di nascosto dagli altri, l’emendamento che avrebbe consentito di farla franca ai pubblici amministratori condannati. Resta da scoprire chi è il colpevole». E Di Pietro fa capire che il suo naso da investigatore ha già individuato una pista, e che le manette potrebbero scattare presto: «Gli elementi ci sono tutti e ci auguriamo che presto si possa passare dal registro degli ignoti a quello dei noti per conoscere il o i mandanti». Peccato che Il Sole 24 Ore di ieri raccontasse che l’emendamento originario aveva anche la firma del capogruppo dipietrista al Senato Formisano, il quale ieri giurava «sul mio onore» che la firma era stata apposta a sua insaputa da qualcun altro. Il titolare della Solidarietà sociale Ferrero, Prc, dice di non conoscere il colpevole, ma giura: «Se lo conoscessi ne chiederei il licenziamento». Il verde Pecoraro Scanio preferisce celebrare l’altra pezza messa ieri dal governo, stavolta sul fronte energetico: un emendamento al decreto «milleproroghe» correggerà la Finanziaria laddove «consentiva di dare fondi anche alle energie rinnovabili che rinnovabili non sono», spiega il titolare dell’Ambiente.
Gli altri ministri glissano sulla faccenda, mentre il Pdci accoglie «con soddisfazione» il decreto che corregge, dice Emanuela Palermi, «una stortura inaccettabile inserita in Finanziaria. E questo - conclude - è il vero spirito dell’Unione». Di «buona notizia» parla il capogruppo Prc Migliore, lamentando però che «certe cose non dovrebbero mai accadere in una coalizione come la nostra». E il ds Salvi incalza: il decreto non basta, perché «i costi impropri della politica sono sempre al loro posto» e sul tema «la sordità del governo è stata impressionante». La Cdl attacca: Leone (Fi) parla di «papocchio giuridico», il leghista Calderoli dice che al governo resta «la responsabilità politica della norma salvaladri». «Ci avevano provato e sono stati smascherati», sottolinea Altero Matteoli di An.