Ma per Prodi vale più del Dalai Lama

Pare che il presidente della Camera Fausto Bertinotti non sia affatto incline a concedere l’aula di Montecitorio per la visita a Roma del Dalai Lama. Tanto meno del resto il povero Prodi pare orientato a riceverlo. Intento com’è a ostentare le sue espirate pause, tra le dame velate e i beduini di Abu Dhabi, in effetti ha un solo problema: tirare a campare fino a Natale. Il Tibet nella greve gerarchia mentale prodiana conta insomma assai meno di un qualunque indispensabile senatore della Volkspartei o della allegra pampa argentina. Semmai votasse, il Dalai Lama, avendo ora sulla previdenza il governo bisogno di tutti, e dunque anche del suo voto, sarebbe un’altra storia.
Ne saremmo certi, il povero Prodi farebbe arrabbiare Pechino, pur di fare all’Italia, che proprio non l’ama, il dispetto di salvarsi la poltrona un’altra volta. Quanto al ministro degli Esteri D’Alema, anche lui pare del resto in altro affaccendato, compreso com’è nei giochi di una politica mediorientale non si sa se più presuntuosa o insulsa. E il Dalai Lama è solo un’autorità morale, alla quale tuttavia la signora Merkel ha stretto la mano davanti alle telecamere di tutto il mondo. La questione dei diritti umani è venuta per lei prima degli affari. Ma né a Prodi o al comunista Bertinotti, e neppure al ministro degli Esteri la cosa deve aver fatto molta impressione. Grandi morali, e abbracci per Chavez. Ma ogni delicatezza per non disturbare la Cina, dispotismo comunista che da quando esiste ha fatto la guerra a tutti i suoi vicini.
Di un governo così intento nei suoi vari affari non ci si può a questo riguardo fidare. Ma nemmeno della ministra Bonino o di Pannella, che sentii anni fa scalmanarsi dal palco per la causa del Tibet, si è sentito finora granché parlare. E allora fa proprio bene Benedetto Della Vedova, una volta radicale ora in Forza Italia, a non mollare. Per la causa del Tibet è riuscito a raccogliere 165 firme, e punta alle 315, metà del Parlamento, per chiedere che il Dalai Lama sia fatto accedere al «cuore della democrazia italiana». Deve dirsi confortante che assieme ai deputati della destra abbiano firmato per la mozione di Della Vedova anche qualche deputato dei Ds e di Rifondazione nonché pure quelli della Rosa nel pugno. E del resto il sindaco Chiamparino ha invitato la più alta autorità spirituale del Tibet in esilio, e si prepara a concedergli la cittadinanza onoraria. Né mancherà, ne siamo certi, il commosso discorso, forse anche il medusaceo abbraccio di Veltroni. Ma perché allora il sindaco di Roma, nonché neosegretario del Pd, non s’impone al suo governo. Se il suo mito è davvero Kennedy, e la sua misura presente Al Gore, pochi dubbi: loro lo farebbero.
Vedremo quanto quei puri principi morali sempre più vantati la potranno sulla reggiana ragion di Stato prodiana. Per ora basti ricordare che, oltre a quelli morali, c’è un altro ottimo motivo per ricevere il Dalai Lama nell’emiciclo di Montecitorio e dispiacere la Cina. La situazione di quello Stato è più precaria di quanto le notizie economiche consuete e i libri mirabolanti pretendano. La prima vittima di una grave crisi del dollaro e della economia americana sarebbe la Cina. La sua economia è drogata, da un eccesso di credito e investimenti, inoltre da un cambio sottovalutato. S’aggravasse negli Stati Uniti la crisi dei subprime, e mutasse il ciclo, la Cina ne risentirebbe più danni per certo dell’America. E di fronte ai guai delle campagne, e senza più lo sfogo della crescita economica, per il dispotismo cinese diverrebbe forte la tentazione di drammatizzare la crisi magari a Taiwan. Mostrare la fermezza dell’intero Occidente circa la questione tibetana servirebbe pertanto, in quell’eventualità, a dissuadérli dal farlo. Perciò anche in Italia come in Canada e negli Stati Uniti e in Germania si deve ricever con ogni onore il Dalai Lama.
Insomma è sperabile che Veltroni e i Veltroniani pure essi appoggino la raccolta di firme dell’onorevole Della Vedova, e che i radicali e le radicali ministre o meno, si ricordino dei loro comizi. Sarebbe una bella prova. Metterebbe forse in difficoltà il governo, seppure minimamente. Ma mostrerebbe ad amici o avversari del segretario del Pd, se davvero comanda la nuova politica, la superiore morale di cui tanto, forse troppo, si parla.