Prodi, ventidue mesi da dimenticare

Il tetro annuncio di vittoria, fatto da Fassino nella notte elettorale, si è rivelato una profezia sulla sorte della legislatura. Ministri in piazza contro il premier, risse continue, quotidiane minacce di crisi, accuse alla "casta". Ecco la cronaca del calvario della maggioranza

Roma - Per essere la legislatura più corta della Seconda Repubblica, ne sono successe di cose, un grande Carnevale di suoni, facce, colori, polemiche, scontri feroci, una grande telenovela piena di durezza, ma senza vero dramma, che ha aperto e chiuso la prima e ultima stagione dell’Unione al governo.

Era cominciata, questa legislatura, con la faccia terrea di Piero Fassino, che per primo, nel cuore della notte elettorale, si era presentato davanti alle telecamere per dire: «Abbiamo vinto». E a rivederla con gli occhi di oggi, quella faccia, in qualche modo era una profezia, perché non si è mai visto uno che proclama una vittoria con la stessa espressione con cui potrebbe partecipare a un funerale, non si è mai vista una legislatura che inizia nel segno della controversia, e persino del paradosso elettorale, 24mila voti di differenza alla Camera e 240mila (ma in meno) al Senato. Ed infatti, già la campagna elettorale era stata un bel paradosso, i sondaggi dicevano che l’Unione era 10 punti in vantaggio, era finita testa a testa, con qualche mistero elettorale nelle urne campane. Appena nata, la coalizione dell’Unione, diventava qualcosa a metà strada fra il caso scientifico e la telenovela. Il primo voto, quello sull’indulto, creava un mezzo terremoto nel governo, traeva con forza sulla ribalta due dei personaggi di maggiore successo del fotoromanzo ulivista, Antonio Di Pietro e Clemente Mastella, continuamente intenti a litigare: «Se c’è lui me ne vado io», annunciava già due anni fa Clemente Mastella, «Se ne vada pure, così non fa danni», rispondeva Antonio di Pietro. Di Pietro e Mastella litigavano praticamente su tutto, sulla legalità, sulle sentenze, sulle leggi di ciascuno, e si combattevano soprattutto a colpi di «penultimatum», pronti ad andarsene, ma bene inchiavardati alle poltrone. E Di Pietro rischiò di far cadere il governo con un voto al Senato sul ponte sullo Stretto di Messina, Mastella oltre che per l’indulto, per tutte quelle che ha enumerato come tappe del suo «calvario». «Me l’aveva detto Cossiga - ha sospirato poi - dal primo giorno che ti insedi a via Arenula finirai in un guaio».

Ma oltre alla dinamica garantismo-giustizialismo questo governo nasceva su una strepitosa collezione di contrari, le piante di marijuana coltivate (per scherzo?) da Francesco Caruso, deputato di Rifondazione nel cortile di palazzo Montecitorio, e all’estremo opposto il cilicio del socio numerario dell’Opus Dei Paola Binetti. La seriosa oratoria monarchica di Domenico Fisichella (Margherita) e la perseveranza tardo trotzkista di Franco Turigliatto. Ma anche dissidi antichissimi e duri a morire, come quello fra la moglie di Fassino, Annamaria Serafini, e la ministra Livia Turco, quando il governo si arenò sulla tormentatissima legge sui Pacs, che poi diventavano Dico, che poi sono diventati Cus, la legge che aveva il nome di un commando ultrà e che avrebbe dovuto regolamentare le unioni civili. Le due donne di carattere dei Ds si trovarono su sponde opposte, in un’altra giornata che fece tremare il governo. La Turco tesa alla difesa del progetto di legge, la Serafini intenta alla mediazione con i neocon della Margherita.

Ogni volta che la situazione si faceva disperata (ma non seria), le premonizioni del dramma venivano stemperate da qualche uscita fuori tono, ad esempio le esternazioni surreali del ministro Padoa-Schioppa (capace di farsi censurare due volte dal Tar, sulla Rai e sul caso-Speciale): «Abbiamo dato un contributo per mandare i bamboccioni fuori di casa, eh eh» o «Le tasse sono bellissime». Mastella arrivò in un’altra giornata di ira ad autosospendersi dal governo (anche senza dimissioni) una trovata geniale di cui molti stentavano a capire le modalità, e che lui stesso chiariva così: «Semplice, oggi non vado in Consiglio dei ministri». E sempre lui, il ministro della Giustizia, fu esageratamente crocifisso per una foto pubblicata dal settimanale L’Espresso, che lo ritraeva intento a prendere un volo di Stato, insieme al figlio Elio, per partecipare a una premiazione del gran premio. Per un altro dei grandi misteri mediatici, per tre giorni fu bersagliato di lazzi e improperi, ma nessuno si ricordava che su quello stesso aereo c’era anche un altro ministro, Francesco Rutelli. Dopo la grande polemica sui politici che prendevano gli aerei di Stato, il governo Prodi trovò una bella soluzione, quella di far pagare il biglietto ai giornalisti (disposizioni in linea di principio condivisibili), però a un prezzo superiore a quello di mercato (300 euro per un volo nazionale!).

Ed infatti infuriava già lo spettro della «casta», i politici che improvvisamente scoprivano di non poter fare quello che facevano fino al giorno prima. Uno dei primi a farne le spese, con una piccola gogna mediatica, fu il governatore ulivista della Liguria, Claudio Burlando, sorpreso dalla polizia stradale contromano su uno svincolo autostradale, per oltre un chilometro, con un incidente mortale evitato per un soffio, e privo di patente. Agli agenti quasi increduli, Burlando mostrava un tesserino (scaduto da cinque anni!) della Camera dei deputati. «Era l’unico documento che avevo con me», spiegò, con grande sincerità, ma forse proprio quella spiegazione era un segno dei tempi.

E intanto Napoli finì per una prima volta sotto l’immondizia, il commissario (il terzo, ad essere sinceri) Guido Bertolaso invocava fiducia dal governo che lo aveva nominato, ma che non gli copriva le spalle nelle sue scelte difficili, arrivò a minacciare tre volte le dimissioni, una volta le diede pure, e poi fu congedato. Il suo piano fu via via sterilizzato, il sito più importante che aveva individuato, la cava di Serre, fu depennato per le proteste del ministro Alfonso Pecoraro Scanio, lo stesso che con un altro provvedimento mirato, senza che nessuno protestasse, aveva fatto togliere gli incentivi economici agli inceneritori.

E così si arrivò al grande sfascio della manifestazione pacifista contro la base di Vicenza. Il governo di Prodi, sostenuto dalle bandiere della pace, era riuscito nell’incredibile impresa di raddoppiare da 15 a 30 milioni di euro le spese per la missione in Afghanistan (altro che quel guerrafondaio di Berlusconi). Il presidente del Consiglio riuscì a fare esplodere la sua maggioranza, autorizzando (dopo aver detto il contrario) il raddoppio della base Usa Dal Molin. Il popolo della sinistra accorse a Vicenza, sfilò per le strade, il giorno dopo, i senatori Franco Turigliatto e Fernando Rossi, fecero venir meno la maggioranza.

E poi, di nuovo Napoli finì sotto l’immondizia, e probabilmente sui rifiuti, immagine simbolo dell’Italia prodiana «in declino», il governo sarebbe sonoramente caduto, visto che Prodi fece in tempo ad annunciare un «piano dei dieci giorni», che ovviamente non si è realizzato neanche ora che ne sono passati venti. Invece il governo è caduto prima, di nuovo su Mastella, per l’esattezza, dopo quello che Giuliano Ferrara ha definito «un atto osceno», l’arresto della moglie del ministro, Sandra Lonardo. L’ultimo rantolo di vita del governo, fu ancora una volta l’aula suk del Senato, dove ogni voto di fiducia si doveva comprare offrendo a un senatore tirolese gli sgravi per la benzina in Alto Adige, o a uno sudamericano i fondi per gli italiani all’estero.

L’ultimo giorno di vita è stato un ennesimo Carnevale a palazzo Madama, gli sputi del senatore Tommaso Barbato al suo compagno di banco Nuccio Cusumano, lo svenimento di quest’ultimo, il tracollo delle armate prodiane.