«Prodi? Voleva imbavagliarci»

da Milano

«Voglio rappresentare una circoscrizione elettorale finora snobbata: quella di internet». Edoardo Colombo ha 42 anni ed è per tutti dal 2004 ilGiulivo. Intorno a lui ruota uno staff di 100 persone che quotidianamente esplora la rete e si confronta.
Com’è nato il suo blog?
«Uno dei canali che viaggiava bene in Rete negli Usa era la satira. Tranne il Bagaglino e Forattini nel centrodestra c’era un vuoto che abbiamo pensato di colmare».
E c’è riuscito, visto che il suo blog è uno dei più cliccati. Come ha fatto?
«Decisivo per farmi uscire dal ghetto mediatico è stato l’annuncio della cosiddetta Fabbrica del programma fatto da Romano Prodi nell’aprile 2005. Appena l’ho saputo ho verificato se il dominio fabbricadelprogramma fosse disponibile...».
Lo era? Ahi, ahi, ahi. Errore gravissimo...
«Infatti. L’ho registrato prima di loro alla modica cifra di 7 dollari e in poche ore ho collezionato 100mila clic, lanci d’agenzia e due servizi su Tg5 e Tg2».
E come è andata a finire?
«Dopo un mese Prodi ha scritto alla società Usa che mi aveva venduto il dominio, accusandoci anche per una vignetta a sfondo sessuale».
Secondo errore...
«Allora ho scritto: “Il professor Prodi ci ha fatto oscurare il sito”. Altro record. Giulio Santagata disse che erano stati male interpretati, e che anzi erano felici che anche la satira si occupasse di Prodi, non solo di Berlusconi».
Terzo errore.
«Da allora sono partite iniziative, dalla devolution al dopo voto su ricontiamo.com. Più di 140mila firme. Sul sito circolodelleliberta.it abbiamo avuto 5mila iscritti in quattro mesi. Il Popolo della libertà esisteva già. Alla manifestazione del 2 dicembre 2006 sono rimasto di stucco quando ho visto un gruppo di ragazzi romani inneggiare a Bossi, Umberto, Umberto! Quel giorno l’Udc era a Palermo, ma molti elettori centristi erano in piazza con noi. Come in Rete».
Perché la politica dovrebbe interessarsi a internet?
«Sono certi politici a Ballarò che raccontano una realtà virtuale. Qui c’è gente vera, che trova sul web uno spazio per capire e dire la sua».
Dalla Rete al Palazzo c’è ancora bisogno dei partiti?
«La Rete è uno strumento di elaborazione e di proposta, non solo di mobilitazione e di protesta come vorrebbe fare Beppe Grillo. Non puoi fare rivoluzioni online».
Ha già pensato a uno slogan?
«Riavviati, Italia. Il nostro Paese è impallato come un vecchio pc. E c’è una circoscrizione elettorale di 20 milioni di persone che ha bisogno di qualcuno che tuteli i suoi diritti».
La sinistra non basta?
«Volevano imbavagliare la Rete con la legge Prodi-Levi, che pretendeva l’iscrizione obbligatoria dei blog a un registro delle Comunicazioni. Per fortuna non ci sono riusciti».
Parlare, comunicare. Ma a che altro serve internet?
«A migliorare il potere d’acquisto delle famiglie. Penso a Skype, il sistema per telefonare grazie a internet, ma anche alla possibilità di confrontare online i mutui, organizzare viaggi last minute, prenotare voli low cost. Questo genere di propensione al consumo va compreso, analizzato e incoraggiato».
Ma quanto consenso può veicolare?
«Se facessi delle cifre direi una bufala. Quel che è certo è che molti indecisi sono navigatori esperti che online cercano di capirne di più. E che al momento l’agenda politica su aborto, bullismo o Kosovo la stabilisce Google, con tempi di reazione ridottissimi. Mentre la politica viaggia a 56k».
felice.manti@ilgiornale.it