«Prodi vuol colpire il motore dell’economia»

In prima fila i sindaci della zona. Sabato prossimo si replica a Vicenza, ci sarà anche Berlusconi

Cristiano Gatti

nostro inviato a Treviso

In questa strana nazione alla rovescia, che singolarmente vede grandi contestatori di piazza nelle stanze del governo e del potere, non stupisce come gli industriali si ritrovino improvvisamente là dove non sono mai stati: in piazza. Lo storico evento, che nelle prossime settimane rischia seriamente di diventare consuetudine estesa, si registra nel cuore di Treviso, a sua volta cuore della leggendaria Marca, terra di grandi e piccoli imprenditori, fieri da sempre della loro statistica record: un'azienda ogni otto abitanti. Che poi il luogo di ritrovo si chiami Piazza dei Signori è solo un caso, o forse solo un pittoresco richiamo del destino.
Certo l'atmosfera è particolare: niente fischietti assordanti, niente slogan sanguinari, niente bandiere di schieramento. Gli stessi cartelli sono freschi di stamperia, a bei caratteri, perché tra tanti imprenditori grandi e piccoli, dai calzaturieri ai mobilieri, dai tessili agli agenti di commercio, sicuramente c'è anche qualche buon tipografo. Il meglio degli slogan, tanto per cogliere subito il senso dell'avvenimento: «Con la Finanziaria, più danni dell'aviaria», «Visco, niente pane e tanto fisco», «Prodi e sindacato tutti gli altri han scaricato». Soltanto un tizio si avventura in un augurio di stampo politico: «Artigiani coraggio, Prodi è di passaggio».
In realtà, si respira più rabbia che politica. Come dice Alessandro Conte, presidente della Confartigianato locale, «ce ne sono qui di tutti i colori: sì, anche di quelli che hanno votato centrosinistra. Tutti hanno capito che non stiamo facendo opposizione politica, ma una sacrosanta battaglia di principio. Si sono convinti che bisogna alzare la voce, anche perché è evidente ormai come in Italia ottenga attenzione chi strilla di più. Mi creda: non abbiamo fatto fatica a richiamarli in piazza...».
Non arrivano a duemila, dicono gli avversari. Sono più di tremila, largheggiano i più entusiasti. La verità probabilmente sta ancora una volta nel mezzo. Ma in fondo non è la statistica, qui, a diventare significativa: è l'eccezionalità del raduno (già programmata la replica per sabato a Vicenza, presente Berlusconi). Abituati tutt’al più a mormorare nei loro laboratori, davanti alla pialla e al tornio, i padroncini della Marca stavolta decidono di alzare la testa. Quale strano sortilegio sia riuscito a smuovere tanta secolare mansuetudine è difficile dire. Dall'estrema sinistra la spiegazione è secca: sono in preda al panico, finalmente hanno capito che è finita la ricreazione, l'idea di pagare le tasse li ha catapultati in strada con i cartelli in mano, eccetera, eccetera, eccetera.
Sul palco, però, si alternano oratori di tutt'altra natura: dai grossi industriali ai piccoli rappresentanti automuniti, dagli artigiani ai commercianti, tutti quanti chiedono il diritto di non sentirsi in colpa. È soprattutto una reazione d'orgoglio. Ecco, così andrebbe definita. È il risentimento di chi ha costruito qualcosa con la propria fatica, il proprio ingegno, il proprio coraggio, magari evadendo qualcosa, magari impiegando qualche dipendente senza versare tutti i contributi, però lavorando giorno e notte, festivi compresi. «E adesso - dice Andrea Zanchetta, rappresentante degli agenti di commercio - non possiamo diventare il bersaglio della manovra economica. Vogliono colpire il nostro mondo, costruito sull'intraprendenza, la perseveranza, il rischio. Noi siamo il traino dell'economia, non abbiamo nulla di cui farci perdonare. Lo sanno, a Roma, che qui siamo riusciti davvero a realizzare il sogno della piena occupazione?».
Quanto alla fama di spudorati evasori, risponde stranamente con molta calma il famoso pro-sindaco celodurista Giancarlo Gentilini: «Certo, qualcosa qui si evade. Come ovunque. L'evasione è una piccola malattia. Ci dà un piccolo aiuto. Però qui abbiamo il senso del dovere: bestemmiamo, forse, gridiamo, forse, ma poi siamo in prima fila nel mandare avanti il Paese...».
Sotto gli antichi portici del Caffè Beltrame, due attempati imprenditori sono seduti allo stesso tavolino con vista sulla manifestazione. Discutono. Floris e Santoro li schiafferebbero direttamente in copertina, come emblematici attori del grave momento italiano. Il primo sostiene che comunque i conti vanno sistemati, che qualche sacrificio va fatto, che i più deboli vanno aiutati. L'altro, depositato il Gazzettino e gli occhiali da lettura, ribatte sdegnato: «'Scolta, ciò: Visco si è fatto eleggere qui a Treviso nell'87. Ti ricordi cosa diceva? Che la ricetta Reagan era giusta, che quando un cittadino paga un terzo delle sue entrare allo Stato è più che a posto. Com'è che adesso ha cambiato idea?».
Un'amicizia che barcolla. Ma non è l'unico effetto collaterale della Finanziaria. Sono in piazza persino i sindaci di molti Comuni, con la fascia tricolore come nelle festività religiose e civili, qui inviati su mandato dell'intero consiglio comunale. Rileva compiaciuto Maurizio Sacconi, trevigiano, già sottosegretario con Berlusconi: «Di tutto questo dovremmo ringraziare Prodi. Con le sue mosse ci sta rimettendo in piedi il movimento. In queste serate giro la provincia: ovunque le sale sono di nuovo piene. Roma non se ne accorge, ma sta trascinando per i capelli anche i più prudenti. Mi pare che non se ne accorgano neppure i vertici di queste categorie: mentre loro stanno a guardare, la base si muove decisa. Bisogna capirlo una volta per tutte: qui non si sentono offesi nei propri interessi, ma nei propri valori...».
Mezzogiorno in punto: dopo un'ora esatta di accorati discorsi su basi contributive, fasce di reddito, addizionali, detrazioni e imponibili, la manifestazione si scioglie. Rimane solo il tempo di chiarire gli ultimi lati oscuri davanti a un prosecco. Là in alto, la gloriosa targa ha tutta l'aria di avviarsi verso una nuova epopea: da domani, per la storia, «Piazza dei Signori» non indicherà solo il salotto buono della città, ma anche la data e il luogo di un brusco risveglio.