Prodi vuole la riforma bipartisan soltanto perché non ha i numeri

Non lasciatevi ingannare, per cortesia, dalla generosità, responsabilità o quant’altro di buono e disinteressato può trasparire dalle assicurazioni di Romano Prodi sulla disponibilità a riformare la legge elettorale solo se in modo «condiviso», cioè con l’accordo dell’opposizione o di una buona parte di essa. Altrimenti «non se ne fa niente», dice il presidente del Consiglio vantandosi di essere diverso da Silvio Berlusconi, decisosi a riformare le regole elettorali nella fase finale della scorsa legislatura con i soli voti della maggioranza di centrodestra. Che peraltro disponeva di larghi margini non solo alla Camera ma anche al Senato, contrariamente a quella che Prodi riesce a raccattare con lo striminzito risultato elettorale dell’anno passato.
Non credetegli perché, a parte il fatto che il suo «niente» significa una scommessa sull’ennesimo referendum elettorale promosso da Mario Segni, pure il bravo professore emiliano si lascerebbe tentare da una soluzione parlamentare di stretta maggioranza se i numeri glielo permettessero. Lo fecero del resto i suoi alleati alla vigilia delle elezioni del 2001 riformandosi da soli ben più di una legge elettorale: addirittura un intero titolo della Costituzione, quello che riguarda le regioni, le province e i comuni.
Sono i numeri alquanto zoppicanti, i contrasti nella sua coalizione e i compiti di pungolo e vigilanza assunti dal presidente della Repubblica, al quale le sedute del Senato procurano ormai più angoscia che curiosità, a imporre oggi a Prodi e ai suoi alleati una condotta meno avventurosa. Ed è proprio con il Quirinale che, una volta modificata la legge elettorale, non importa se per via parlamentare o referendaria, dovranno fare i conti quanti nella maggioranza - a cominciare dai capigruppo dell’Ulivo Dario Franceschini e Anna Finocchiaro - contestano l’automatismo fra l’adozione di nuove regole elettorali e il ricorso anticipato alle urne per l’intervenuta delegittimazione delle Camere elette con il vecchio sistema.
Questo automatismo ha un precedente nelle elezioni anticipate del 1994, provocate dalla modifica appena approvata della legge elettorale e non - come mi risulta che vada sostenendo in particolare Franceschini nelle riunioni di partito - dalla gragnola di richieste d’arresto e avvisi di garanzia abbattutasi per le indagini di Tangentopoli su molti parlamentari, peraltro usciti poi in buona parte assolti dai processi. L’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ha sempre negato di avere sciolto per valutazioni, diciamo così, morali le Camere elette meno di due anni prima. Egli avrebbe dovuto altrimenti incolparsi, caro Franceschini, di un colpo di Stato compiuto in complicità con alcune Procure della Repubblica, quella di Milano in testa.