Prodi zoppica e chiede aiuto al Polo poi fa retromarcia sulle pensioni 

Il premier teme un 2007 di guai e invoca subito il "dialogo" con l'opposizione. Apre sulle pensioni: "Riforma non urgente, le cose non si risolvono in un giorno"

Roma - Un «gennaio di ferro» per Romano Prodi e il suo governo. Neppure il tempo di prendere fiato, dopo la Finanziaria, ed ecco che si aprono almeno quattro capitoli molto spinosi: l’intervento sulle pensioni, la revisione della legge Biagi con i nuovi ammortizzatori sociali, la partita Alitalia, la riforma della legge finanziaria e della sessione di bilancio. Un percorso a ostacoli che per il premier sarà difficile superare indenne. Perciò Prodi si premura di calmare le acque: «Voglio tranquillizzare tutti, chi sta per andare in pensione e quelli che restano al lavoro: nella riforma che faremo - dice - non ci sarà alcun aspetto punitivo. La riforma è da fare, ma non è urgente - aggiunge Prodi - e va fatta attraverso il dialogo con le forze sociali. Nessuno pensi che le cose si risolvano in un giorno».
«Non si fa cassa». È il capitolo più spinoso di questo inizio d’anno. Il memorandum governo-sindacati prevede l’apertura del tavolo in gennaio, e la conclusione entro marzo. Il lungo «pre-partita» si sta concludendo con questa situazione: a) governo e sindacati sono d’accordo sull’abolizione dello «scalone Maroni»; b) non saranno previsti disincentivi per il pensionamento anticipato a 57 anni. Ma su come sostituire almeno in parte i risparmi di spesa previsti dallo «scalone» è battaglia aperta.
I sindacati chiedono al governo di usare i 5 miliardi di maggiori entrate previdenziali, derivanti dall’aumento delle aliquote deciso con la Finanziaria. La sinistra massimalista, guidata dal presidente della Camera Fausto Bertinotti insiste perché non siano toccati gli operai e tutti coloro che sono impegnati in lavori usuranti. La parola d’ordine è «con le pensioni non si fa cassa». Tanto è vero che i sindacati, e molte forze della sinistra, chiedono anche la rivalutazione delle pensioni in essere.
Il ministro del Lavoro Cesare Damiano, che non vuol restare con il cerino in mano, fa anche lui il prudente: «Non abbiamo bisogno di riforme radicali - spiega - ma solo di una semplice manutenzione. L’intervento sullo scalone dipenderà dalle risorse a disposizione».
Legge Biagi e ammortizzatori. Al seminario di governo a Caserta - 11 e 12 gennaio - non si discuterà soltanto di pensioni. Damiano chiederà una «forte regia politica» che coordini i vari tavoli (pensioni, mercato del lavoro, ammortizzatori sociali, produttività e pubblico impiego).
Il ministro spiega di non voler abolire la Biagi: «Vogliamo tenerci le cose buone, e abolire quelle meno utili», come il contratto d’inserimento, lo staff leasing, il lavoro a chiamata. Nel tavolo sul mercato del lavoro si dovrebbe anche affrontare anche il nodo spinoso dei contratti a termine: in novembre, Damiano aveva dato tre mesi alle parti sociali per trovare una alternativa alle regole attuali, e in assenza di un «avviso comune» il governo interverrà.
Sul fronte degli ammortizzatori sociali, Damiano vorrebbe dare più tutele a chi oggi è meno protetto: ma tutto questo costa. Chiede perciò di destinare agli ammortizzatori, e in parte alle pensioni, una quota della maggiori entrate fiscali. Il governo vuole anche discutere di una nuova disciplina per la sicurezza nel lavoro.
Alitalia ai privati. Gennaio sarà un mese molto importante anche per la privatizzazione dell’Alitalia, dato che la prima fase della procedura di selezione degli aspiranti compratori termina il 29 del mese. Ma i sindacati si sono messi di mezzo: proclamando per il 19 gennaio uno sciopero generale dell’aria (senza neppure le protezioni di legge per le fasce orarie previste), il personale della compagnia potrebbe indurre alcuni possibili acquirenti a un passo indietro. Non aiuta poi a comprendere la situazione il «duello» fra la Cisl - favorevole allo sciopero - e la Uil, contraria.
Finanziaria da riformare. «Stiamo lavorando con Padoa-Schioppa a una riforma della Finanziaria», ha detto Prodi dopo la reprimenda del presidente Napolitano sul maxi-emendamento e dintorni. Ma siccome questa sarebbe una riforma «vera», probabilmente non se ne farà nulla.