Il Prof corregge D’Alema: la colpa non è di Israele

Il premier prova a cancellare i dubbi sulla copertura finanziaria della spedizione: «I soldi ci sono anche perché c’è il ritiro dall’Irak»

da Roma

«È andata bene, mi fa piacere che sia stata trovata una convergenza su di un problema così importante per l’Italia. Si tratta di una prova di serietà e maturità». Romano Prodi è appena rientrato a Castiglione della Pescaia, per continuare la sua vacanza. Il presidente del Consiglio è soddisfatto per l’esito del voto in Parlamento, ha incassato un sì politico dalla Casa delle Libertà alla missione in Libano, ma sa bene che si tratta di un semaforo verde che potrebbe diventare arancione nel caso la situazione diplomatica dovesse complicarsi. Non è una cambiale in bianco, Prodi lo sa e forse anche per questo il suo ruolo ieri è stato più defilato, più preoccupato di coprire, sopire, attutire, rassicurare l’ala sinistra del suo schieramento. E infatti Prodi ha esordito in sala stampa a Palazzo Chigi dopo il Consiglio dei ministri con un leit motiv della sinistra pacifista: «È una missione di pace» ha ribadito di fronte ai giornalisti che in realtà si aspettavano qualche dettaglio sulla missione. Attesa vana perché il presidente del Consiglio ha preferito glissare, puntare l’accento sull’aspetto umanitario e evitare accuratamente quello militare e strategico della futura missione italiana in Libano. Lo si è sentito dunque decantare l’operazione «per ripulire il mare del Libano» con un effetto un po’ surreale rispetto alla portata delle decisioni da prendere realmente. Prodi però un guizzo lo conserva quando ci tiene a precisare che «la guerra l’ha iniziata Hezbollah il 12 luglio con un attacco in territorio israeliano» e qui, dopo la difesa dei giorni scorsi, c’è il tentativo di smorzare la posizione filo-hezbollah di D’Alema che al centrosinistra italiano è costato una forte lacerazione nei rapporti con la comunità ebraica e con Israele. È un solo acuto, il resto della conferenza stampa scorre con il solito presidente del Consiglio intento a rassicurare tutti: «Ci apprestiamo alla missione con la consapevolezza dei suoi rischi, ma anche prendendo tutte le disposizioni prudenziali» necessarie. Prodi ha quindi definito senza senso «le polemiche sul disarmo: «I capitoli 11 e 12 del mandato sono precisissimi sul problema Hezbollah». Niente disarmo dei miliziani guidati da Nasrallah dunque, ma occhi puntati sul dibattito, aspro, in corso alle Nazioni Unite: «In questi giorni sono stati inviati nel quartier generale del Palazzo di Vetro, oltre ai nostri rappresentanti, anche alti funzionari della Farnesina e dello Stato Maggiore della Difesa per partecipare alle riunioni». «Oggi - ha spiegato Prodi - l'attenzione è focalizzata nel quartier generale delle Nazioni Unite, dove sono in corso riunioni tecniche per definire il cosiddetto concept of operation e le rules of engagement». Prodi si dichiara contento del cessate il fuoco raggiunto all’Onu, «la tregua regge» dice e aggiunge di esser «soddisfatto di come sta andando: salvo qualche piccolo incidente iniziale, sta tenendo», per poi però virare di nuovo in chiave filo-libanese quando ribadisce «che anche questa guerra andava evitata. Ha causato migliaia di vittime, ha causato centinaia di migliaia di profughi, danni enormi al Libano». Ci sono dubbi per la copertura finanziaria e un nuovo gravoso impegno, ma Prodi assicura che i soldi per la nuova missione all’estero ci sono anche perché «c’è il ritiro dalla missione in Irak». Sul ruolo dell’Italia e l’efficacia della tessitura diplomatica, Prodi dice di aver fatto il possibile, equidistante (o equivicino, secondo la vulgata dalemiana): «Ho tenuto contatti con tutti i leader politici», ha proseguito il Presidente del Consiglio nel corso della conferenza stampa. «Ho parlato con il presidente del Libano Siniora, con il premier israeliano Olmert, con Mubarak, con il re di Giordania, con il presidente della Siria, con il segretario del Consiglio di sicurezza iraniano». Contatti con i leader dei Paesi mediorientali ma anche con quelli occidentali: «Ho parlato con tutti i leader europei, con Chirac, Blair, Zapatero», nonché con il «Segretario generale dell’Onu Kofi Annan e il presidente degli Usa Bush». Un impegno a largo raggio, indubbiamente, che però non sembra aver convinto l’amico Chirac. La Francia è riluttante a impegnarsi con truppe di terra, ma Prodi confida in uno sviluppo positivo e oggi avrà un altro contatto telefonico con il presidente francese. La partita infatti si gioca tutta a New York, all’Onu. Il premier ha avuto ieri sera quella che i comunicati stampa definiscono una «lunga telefonata» con il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, per commentare il risultato del voto parlamentare e mettere a punto la discussione sulle regole d’ingaggio. Annan avrebbe ribadito «la necessità della presenza del nostro contingente in Libano». Il problema però ora si sposta a Parigi: che farà l’amico Chirac?