Prof giapponese imbratta il duomo: licenziato

La foto dell’insegnante «graffitaro» spedita a un giornale nipponico

Beccati. Prima il maestro. Poi gli studenti, quindi le studentesse. Se ne parla da Tokyo a Sapporo, la famosa terra del Sol levante non accetta scuse e atti di pentimento, chi sbaglia paga anche, anzi soprattutto perché il fatto è avvenuto all’estero. Firenze, cattedrale di Santa Maria del Fiore, anno di costruzione sul finire del Dugento, direbbero in lingua madre. Per i turisti forestieri l’opera, come il resto che appare da Fiesole all’Arno, suggerisce l’incantesimo da presepe, fotografano e filmano ma vogliono lasciare anche la loro memoria. Una firmetta, due sigle, un cuore trafitto, la data del soggiorno. Il monumento, i monumenti sarebbero sacri, non per questione di fede ma per l’arte dell’uomo che va rispettata, tutelata, difesa fino all’ultimo millimetro. Sui muri della cattedrale un gruppo di giapponesi ha voluto partecipare la propria ammirazione, prima ha incominciato un professorino trentenne, già allenatore di una squadra di baseball dell’istituto di Kyoto. Abituato al batti e corri, sul diamante di casa, ci ha provato, ha preso il pennarello e ha scarabocchiato una frase. Non sapeva, l’ingenuo coach, di essere pedinato a vista, uno scatto, ma di macchina fotografica, e il gesto è stato immortalato, spedito via e mail a un giornale giapponese. Apriti cielo, il professore ha fatto la fine di Donadoni, è stato immediatamente sollevato dall’incarico di allenatore della squadra di baseball ma il preside sta decidendo se spedirlo addirittura fuori dalla scuola. Avendo dato lui il cattivo esempio la coda degli studenti è aumentata vertiginosamente, tre ragazzetti, tipo manga, dell’università Sangyo di Kyoto hanno scritto data, sigle dei propri cognomi e anche il nome dell’istituto sul terrazzo della cupola del Brunelleschi. Potevano aggiungere il numero del telefono e il codice fiscale così completando il verbale della polizia. Beccati anche loro tre, sempre dal segugio con occhi a mandorla e sorrisetto di accompagnamento: espulsi dalla scuola, così imparano a fare i furbi su un monumento storico, patrimonio dell’umanità, cimelio dell’Unesco. Va da sé che dopo i maschietti, professore e studentelli, si siano esibite anche le femminucce, in sei addirittura, da Gifu. Stavolta il detective orientale ha impiegato sei mesi prima di completare l’indagine, è dovuto risalire alla città di origine della mezza dozzina di artiste del pennarello, quindi alla scuola, quindi all’identikit ma stavolta il preside non è stato severo, una nota sul diario e l’avviso di non riprovarci. Tutto questo sembrerebbe un semplice fatto di cronaca, stupidino per noi italiani che imbrattiamo tutto quello che ci circonda e/o siamo ormai assuefatti all’arte(?) dei writers (!) ma i giapponesi sono di un altro mondo, non soltanto geografico, giornali e televisioni hanno bollato i «vandali» vergogna del Paese, chiedendo scusa all’Italia per l’atto volgare e violento. Sono fatti così, i loro riti, le loro posture fanno parte di uno stile assoluto, di vita e di pensiero, nel rispetto dell’altro, anche fosse un monumento, un quadro, anzi, proprio per questo, di più. Sorridono sempre ma quando si incacchiano diventano pericolosi, provate ad accendere una sigaretta per strada a Tokyo o altrove, ove non siano ben visibili i portacenere, nelle isole dei fumosi, provate a stringere la mano invece di inchinarvi, tenendo l’inchino fino a quando l’ospite, l’astante, il capo, l’amico non se ne sia andato davvero, provate, se siete donne, a mangiare senza portare la mano alla bocca per mascherare il giro di mandibola e di lingua che inquieta chi vi sta di fronte. Sulla metropolitana esiste una carrozza, la numero 1, riservata alle donne che vogliono evitare la mano morta, proibito salire a bordo se si hanno intenzioni birichine, in caso diverso puntare direttamente sugli altri vagoni dove, nelle ore di punta, c’è il libera tutti. Se la Cina è vicina, il Giappone è sempre più lontano, occhio allo scarabocchio, puoi finire in tivvu e sui giornali ma espulso e disoccupato.