Il Prof lancia la volata a Veltroni per la guida del Partito democratico

Prodi: «Lavoro per il futuro leader». Poi è costretto alla retromarcia sul Pse. Si rafforza l’asse fra D’Alema e Rutelli

Roberto Scafuri

da Roma

La marcia è, come sempre, per file parallele. La più evidente, quella che lega la nascita del Partito democratico al destino della Sinistra europea (o Partito del lavoro o Partito della sinistra), anche se tra i «traghettatori» dei Ds e i «pontieri» di Rifondazione è vietato dirlo. Un’altra filiera, più riservata, è quella che comincia a profilarsi all’interno del nascituro «Pd»: movimenti tellurici che hanno fatto ballare la Margherita, e scuoteranno la Quercia tre volte tanto. Si corre al posizionamento dei quadri dirigenti e, in taluni casi, al riposizionamento. Così, per esempio, l’improvviso scetticismo di Gavino Angius e Peppino Caldarola sul «Pd» va a coprire l’ala sinistra di un partito che dovrebbe perdere sia Cesare Salvi che Fabio Mussi.
In questo nascente parterre di prima fila, un altro parallelismo corre tra D’Alema e Rutelli, accomunati dal realismo, e convinti il primo di costituire il centro del futuro «Pd», il secondo l’ala destra assieme all’astro calante Fassino. Chi manca nell’organigramma in formazione? Naturalmente Prodi, nei desideri dei sopracitati. Colui il quale, appesantito dall’attività di governo, dichiara di «lavorare per un futuro leader». Ed è per questo, sostengono fonti attendibili, che il dinamismo di Veltroni ha un significato particolare. Essendo stato proprio Romano, il «caro Romano» del sogno ulivista del ’96, a spingere Walter lontano dall’Africa e sempre più dentro al «Pd». L’intervista a Repubblica dell’altro giorno, nella quale il sindaco ha criticato duramente il lavoro di Fassino e Rutelli sul «Pd», assume in questa luce un significato chiaro: «Non si pensi di sommare Ds a Dl, occorre il popolo delle primarie, ovvero la gente che non ne può più di questi apparati e che vede in Prodi il leader attuale e Veltroni quello del futuro».
Una candidatura per il 2011 che consente a Prodi di rilanciare da Berlino il suo «no» all’ingresso del «Pd» nel Pse, sia pure con gli arzigogoli del caso, che si chiamano «attenzione fortissima» dei dirigenti Pse e «azione parallela» che Prodi pensa di poter fare assieme alla famiglia socialdemocratica europea. Quando gli è stato chiesto di esprimersi con più chiarezza, Prodi ha negato adesioni: «Quando parlo di coordinamento e azione comune, ci sono molti modi per farle e non è assolutamente detto quale sia il punto di arrivo». Di sicuro, non il Pse, però. Cosa che ha fatto saltare il banco dentro la Quercia: Salvi, Mussi, Caldarola, Leoni eccetera hanno potuto sparare a zero contro il «diktat» prodiano che mette in seria difficoltà Fassino e la sua sbiadita ricetta.
La rinnovata baldanza del duo Prodi-Veltroni ha il pregio di chiarire i percorsi, rispetto alle «fumoserie» messe in giro ad arte. E agevola il percorso che ex ds ora indipendenti di Prc, come Folena e Falomi, stanno facendo per aggregare il mondo socialista. Proprio ieri altri spezzoni di quell’area hanno presentato una piattaforma comune sul «Nuovo socialismo», che si richiama alle idee del tedesco Oskar Lafontaine. Ex pci come Tortorella e Chiarante; i salviani Di Siena e Mele; dirigenti sindacali come Gianni e Tiziano Rinaldini; addirittura ex pdci quali Maura Cossutta, Gianfranco Pagliarulo e Alessio D’Amato: il documento comune rappresenta un altro passo del lavoro «goccia a goccia» che Folena compie da mesi. Un modo di procedere «alla cinese», consapevole che i frutti cadranno: se Salvi ormai è già con un piede fuori i Ds, i mussiani confermano che «il dado è tratto» e attendono soltanto gli atti formali (il loro manifesto pubblico dell’11 novembre, guarda caso, proprio sul «Nuovo socialismo» e gli atti costitutivi del «Pd») per scendere dalla Quercia. E salvare quel che resterà della sinistra.