Il Prof minaccia le elezioni neanche l’Unione ci crede

Messaggio per Rifondazione: non penso ad allargare la maggioranza. Giordano applaude, l’Ulivo frena: «Voto anticipato? Un suicidio»

da Roma

L’intervistona di Romano Prodi al Corriere della Sera è stata balsamo sulle ferite di Rifondazione.
Non tanto per il fatto che il premier trovi molto «sexy» la sua scombiccherata maggioranza appesa agli umori del sudamericano Pallaro o dei trotzkisti e allo stato di salute dei senatori a vita, ché quelli sono gusti molto privati. Quanto per la rassicurazione che Prodi ha messo nero su bianco per Fausto Bertinotti e i suoi: «Voglio chiarire che la mia maggioranza risponde ad un disegno politico, e se il mio governo perde si va a votare. Sono stato chiaro?». Chiarissimo: Prodi non ha intenzione di inaugurare ora la stagione degli «allargamenti». Tant’è che il segretario Prc Giordano applaude: «Condivido integralmente la sua contrarietà all’allargamento dell’Unione». E Marco Follini spara: «Prodi non è Luigi XIV e non può dire: “la legislatura sono io”. Se dovesse cadere il governo, non credo proprio che il Parlamento debba alzare le mani». Mentre il ministro ds Chiti rafforza la minaccia prodiana, nella speranza che serva a serrare le file nell’ormai probabile voto di fiducia: «Se si dimostra che la maggioranza non c’è, è finita. Si torna al voto».
In realtà, neppure nel centrosinistra qualcuno crede veramente che il voto anticipato sia lo sbocco obbligato di una crisi: «Tornare alle urne ora sarebbe un suicidio collettivo per l’Unione», riassume un dirigente dell’Ulivo. È chiaro però che Prodi è intenzionato a giocarsi tutto, e che chi nel centrosinistra, in caso di caduta, provasse a sostituirlo con nuove maggioranze si troverebbe davanti l’ex premier sulle barricate, alla testa del famoso «popolo delle primarie». Nel Prc hanno letto nell’intervista la dichiarazione d’amore che attendevano, l’impegno a mantenere l’asse con la sinistra radicale su cui è stata fondata l’Unione e a non modificare la maggioranza per rendere innocua la loro presenza. «Che è poi il disegno politico su cui lo incalzano quegli ambienti dell’establishment che si esprimono attraverso alcuni grandi giornali, Corriere in testa», nota il ministro Paolo Ferrero, unico rappresentante bertinottiano nel governo. Un disegno che a suo parere non prevede la «sostituzione» di Rifondazione né la sua estromissione (anche perché i senatori Udc, per dire, sono meno di quelli Prc e Prodi si troverebbe messo peggio di prima), ma la sua sterilizzazione: «Potrei pure restare ministro, anche con una nuova maggioranza, tanto la nostra presenza a quel punto sarebbe solo folkloristica», ironizza Ferrero.
E in più, nelle dichiarazioni di Prodi il Prc ha anche visto la sospirata apertura verso quel voto di fiducia sull’Afghanistan che il premier non vorrebbe proprio mettere, ma cui alla fine si dovrà probabilmente piegare. Come fanno capire anche le sue esternazioni di ieri sera alla tv svizzera: «Sono certo che la maggioranza supererà compatta il voto al Senato», assicura il premier, ben sapendo che per sperare di tenerla compatta ha solo quello strumento. E sulla fiducia Prodi si mostra ottimista, almeno in pubblico (in privato, il premier non fa che sondare i capigruppo e il ministro Chiti per farsi fare e rifare i conti, col terrore che alla fine non tornino): «Il governo non è in pericolo. Certo, la maggioranza in Senato è quella che è, ma basta anche solo un voto in più per governare in democrazia».