Il Prof precipita con il governo. La fiducia va ai minimi storici

Due italiani su tre danno un giudizio negativo sull’esecutivo. Disagio anche tra l’elettorato di sinistra. Noto (Ipr): "Il tracollo è ormai evidente"

Milano - Gli italiani non ce la fanno più. Prodi li ha stancati e la fiducia nella sua squadra precipita giorno dopo giorno. L’ultimo sondaggio Ispo, che rileva come il gradimento nell’esecutivo abbia raggiunto il minimo storico, è stato pubblicato ieri dal Corriere della Sera. I dati dicono che il 68% degli elettori, in pratica due italiani su tre, danno un giudizio negativo al governo. Da giugno, un'emorragia di ben 11 punti: un’enormità. Nel commento di Renato Mannheimer, si cercano le ragioni di questo tracollo e le si individuano nelle decisioni sulla politica fiscale, il tema ritenuto più urgente dai cittadini. La bocciatura arriva da tutte le parti: sia da chi spera in una riduzione delle tasse che non arriverà; sia da chi auspica una redistribuzione sociale, ritenuta insufficiente.

Scorrere il tasso di fiducia in Prodi da febbraio ad oggi è come ripercorrere una via crucis. In febbraio erano 6 su dieci a dare un giudizio negativo. Poi s’è avuta una parziale ripresa, senza però mai raggiungere la sufficienza. In giugno, data in cui all’orizzonte si è via via materializzato il progetto del Partito democratico con la candidatura forte di Walter Veltroni, il 57% degli italiani ha espresso pollice verso nei confronti del premier e, da allora ad oggi, c’è stato un vero e proprio collasso. Undici punti persi per strada. «Il dibattito estivo - scrive Mannheimer - è stato denso di buoni propositi ma carente di iniziative concrete». Solo un misero 27% gradisce il centrosinistra.

Interessante valutare il consenso nell’elettorato. Tra chi vota Unione, ben 3 su dieci (31%) criticano il premier. Il dissenso si spalma sia tra i «moderati» del centrosinistra, che tra i «massimalisti», per motivi diametralmente opposti. Dove va a finire tutto questo malumore, più accentuato tra giovani e donne? Mannheimer assicura che non si tramuta in consensi alla Casa delle libertà.

Il fallimento dell'esecutivo agli occhi degli italiani, più che una notizia è una conferma. Repubblica.it, lo scorso 18 luglio, aveva infatti pubblicato un sondaggio sulla fiducia degli elettori nel governo e nel premier, effettuato dalla Ipr. E i dati non si discostavano dalle ultime rivelazioni. Prodi, in luglio, riceveva una bocciatura da parte di più della metà degli italiani (55%). Il suo governo, collezionava un flop ancora più elevato: poca o nessuna fiducia da parte del 63% degli intervistati. L’esperto Antonio Noto, di Ipr, spiega al Giornale: «È sempre necessario dividere il consenso verso il presidente del Consiglio e verso l’insieme dei ministri. Solitamente, la squadra di governo è la più penalizzata perché le continue diatribe e divisioni interne hanno più spazio mediatico». Noto è chiaro: «È evidente che questa squadra non riesca a governare e nell’ultimo anno il tasso di fiducia ha avuto un tracollo molto più vistoso rispetto a quello subito dal Professore». L’istituto di ricerche, ogni mese, tasta il polso degli italiani anche sulla fiducia nei singoli ministri. E Noto ammette: «Il titolare dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa resta tra gli ultimi come indice di gradimento, anche se da febbraio a luglio la sua credibilità è di poco aumentata. Chi ha avuto un tracollo senza precedenti è stato il ministro degli Esteri Massimo D’Alema».

Arnaldo Ferrari Nasi, dell’omonima agenzia di ricerche, invece, dà una lettura d’insieme: «I dati dimostrano una cosa: al di là delle leggere oscillazioni dell’opinione pubblica, il giudizio nei confronti dell’esecutivo da parte della maggioranza degli italiani rimane negativo». E poi contesta Mannheimer: «Cita la legge elettorale e la conseguente situazione in Parlamento come causa delle difficoltà di Prodi a governare. Dai nostri sondaggi risulta invece che all’interno della maggioranza sui temi più disparati, dalla giustizia all’energia, dalla politica estera al lavoro, l’Unione è spaccata su tutto, con divisioni che vanno dal 7 al 15%: molto di più che un senatore solo». Come a dire: sono meno divisi in Parlamento che non nella società.