Dal Prof a Rutelli, le piroette dei ministri pronti a smentirsi

Gian Maria De Francesco

da Roma

Roma, 10 novembre 2006, ore 18,10. Il vicepremier con delega al Turismo, Francesco Rutelli, commenta l’introduzione della tassa di soggiorno nella Legge finanziaria 2007. «Si tratta di una norma moderna e giusta i cui proventi verranno investiti nei servizi turistici», afferma il leader dei Dl definendo «un piagnisteo assurdo» le lamentele degli operatori del settore.
Roma, 14 novembre 2006, ore 11,56. Il vicepremier con delega al Turismo, Francesco Rutelli, commenta la soppressione della tassa di soggiorno dalla Legge finanziaria 2007. «È una decisione saggia del Parlamento - dice - perché si trattava di una norma che metteva in difficoltà il turismo».
Ebbene sì. Si tratta della stessa persona che nell’arco di poco meno di quattro giorni ha cambiato parere sul medesimo provvedimento. Questo caso di discrasia politica è legato alle evidenti difficoltà del ministro dei Beni culturali a digerire l’impostazione «fiscalista» data dall’esecutivo alla manovra e ai suoi ripetuti tentativi di cercare una «fase 2» fatta di più liberalizzazioni e meno tasse. Probabile, quindi, che Rutelli possa incorrere in qualche lapsus.
La stessa cosa non si può dire di altri suoi colleghi che, trovandosi di fronte alle contestazioni, hanno cambiato opinione oppure strategia.
Cominciando, in ordine gerarchico, da Romano Prodi, che nel pieno del caso Telecom, il 21 settembre, aveva detto: «Un presidente del Consiglio non va mai in due rami del Parlamento. Mi è stato chiesto di andare il 28 (alla Camera, ndr) e così resta stabilito. Al Senato sarà presente un rappresentante del governo». Ma nel giro di pochi giorni, anche grazie alla pressione dell’opposizione, Prodi dovette cambiare le proprie convinzioni e accettare di intervenire anche al Senato.
E proseguendo con il superministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, il quale prima disse che la situazione dei conti pubblici era peggiore di quella del 1992, l’anno della manovra-monstre da 90mila miliardi di lire firmata da Giuliano Amato, e successivamente, nei fatti si dimostrò meno catastrofista. Per Tps un solo esempio. In giugno sostiene «che ci sia ampio spazio per mantenere invariato l’effettivo livello di assistenza sanitaria riducendone i costi». In questi giorni, al contrario, dà la sua benedizione a svariate versioni della Finanziaria, l’ultima delle quali prevede l’aumento del ticket che si paga al pronto soccorso.
E veniamo al ministro della Difesa, Arturo Parisi. Il 5 settembre nel giro di poche ore, sullo scivoloso terreno afghano, il prodiano di ferro prima dice che «abbiamo rafforzato la nostra capacità operativa a Kabul e a Herat con la presenza di truppe speciali». E poi, dopo le proteste di Rifondazione comunista, affida la smentita a una nota ufficiale del suo ministero. «La presenza di forze speciali data dall’inizio del semestre e non configura perciò un rafforzamento successivo».
E ancora, il ministro dello Sviluppo economico, Pier Luigi Bersani. Il 14 luglio scorso, nel pieno delle manifestazioni dei tassisti contro il decreto che eliminava il divieto di cumulo delle licenze, Bersani faceva il duro. «Le categorie non sono le padrone delle città», ribatteva da San Pietroburgo. Tre giorni dopo per addolcire la resa incondizionata alla piazza reclamava «un pareggio che mi soddisfa molto».
Idem la sua collega Livia Turco, titolare del dicastero della Salute. Il 4 agosto 2006 ha rimosso l’illustre professor Francesco Cognetti dal Regina Elena di Roma utilizzando lo spoil system. «La revoca - spiegava Turco - era doverosa al fine di assumere piena responsabilità di indirizzo da parte del ministro sulle scelte degli istituti di ricerca». Il 13 settembre, dopo la sentenza del Consiglio di Stato che riabilitava Cognetti, il ministro commentò proclamandosi «totalmente d’accordo con la sentenza da averne anticipato i contenuti con un mio provvedimento e che autolimita le decisioni di un ministro sulle nomine».
Un’altra sottolineatura merita il ministro del Lavoro, Cesare Damiano. Da sempre alle prese con le modifiche della legge Biagi, invisa alla sinistra radicale ma cara all’ala riformista dell’Unione, il 19 giugno sottolineava che «se non c’è coesione sociale, non si può raggiungere alcun risultato apprezzabile». In vista della marcia contro il precariato, Damiano si è convertito all’attivismo: riforma dei contratti a termine da parte del governo e ultimatum di tre mesi alle parti sociali per trovare un avviso comune. Alla faccia della coesione sociale.