Il Prof si salva ancora: passa il decreto fiscale

Nell’opposizione scoppia il caso delle assenze dell’Udc

da Roma

La navicella dell’Unione passa ancora una volta indenne tra gli scogli di quella piccola Capo Horn che è diventata Palazzo Madama. La grande paura della maggioranza si scioglie in «hurrà» di soddisfazione persino eccessiva, e Romano Prodi finisce per lodare «lo spirito di squadra molto forte» dei suoi. L’ennesima giornata di marosi al Senato finisce con una votazione 161 a 154, dando ragione al capogruppo dell’Udc, Francesco D’Onofrio: «Vorrei che si capisse una volta per tutte che l’opposizione al Senato, anche quando siamo tutti presenti, è comunque minoritaria. Tutto il resto è pettegolezzo: se gli assenti fossero stati presenti sarebbe stato inutile... Io a differenza di altri, non sono esperto di gossip».
Una frecciatina a quanti, drammatizzando il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità del decreto fiscale collegato alla Finanziaria, erano pronti a giurare in un passo falso del governo. E una freccia al curaro diretta verso il senatore a vita Francesco Cossiga, a sua volta velenoso dopo il voto: «E ora il premier ringrazi Casini e il suo partito... Sono usciti dalla Cdl, non riconoscono più come loro leader Berlusconi e ora salvano il governo al Senato. Il mio non è un sospetto, li apprezzo proprio... Che c’è di immorale in politica a votare un po’ per uno e un po’ per un altro?». Cossiga si riferiva al fatto che Casini ha portato con sé in missione a New York il senatore Udc Gino Trematerra, sottraendo un voto alla Cdl. Puntuale la replica di D’Onofrio, ex cossigologo di stanza al Quirinale: «Anziché porsi il problema di come ha votato l’Udc, Cossiga ci dica come ha votato lui...».
In effetti, la mobilitazione di entrambi gli schieramenti non ha lasciato spazio a sorprese. Mentre il lavoro nelle commissioni andava un po’ a rilento, nel pomeriggio l’aula ha affrontato la pregiudiziale di costituzionalità a ranghi compatti. In aula quattro senatori a vita su sette (assenti Scalfaro, Pininfarina e Levi Montalcini, vittima di un improvviso «raffreddamento»). Giulio Andreotti è uscito al momento del voto. Dichiarato il «no» alla pregiudiziale di Emilio Colombo e quello di Carlo Azeglio Ciampi (che sedeva accanto al relatore di maggioranza, il professor Massimo Villone). Il governo dovrebbe aver incassato anche l’appoggio dello stesso Cossiga, quello dell’italo-argentino Luigi Pallaro e dei «ribelli» Fernando Rossi (ex Pdci) e Sergio De Gregorio (l’ex dipietrista ha annunciato un voto «secondo coscienza»). Due gli assenti nell’opposizione: appunto Trematerra e il forzista Egidio Sterpa, ammalato. In tribuna, a dare sostegno morale alla moglie senatrice dipietrista, per la prima volta anche il premio Nobel Dario Fo. Ad «alzo zero» il suo commento di spettatore: «I senatori vanno, vengono, parlano tra di loro, non ascoltano, voltano le spalle a chi parla, una roulette, una continua mancanza di rispetto per il luogo, per lo spazio, per i colleghi... Gli onorevoli rompono i c... a tutti quelli che parlano, sia del proprio schieramento che di quello avversario, in questo sono davvero onesti».
Prima di esprimersi sulla costituzionalità del provvedimento, l’aula ha a lungo discusso e quindi votato una proposta dell’azzurro Andrea Pastore, che intendeva votare la pregiudiziale per undici parti separate: decisione che avrebbe potuto mettere in difficoltà l’Unione. Anche in questo caso la maggioranza ha mostrato insolita compattezza: 157 «no», 152 «sì». Così Prodi ha potuto ritenere la giornata «un primo passo» incoraggiante «per l’approvazione dell’intero quadro della Finanziaria». Raggianti i capigruppo unionisti, sicuri di aver dimostrato l’impossibilità di «una spallata al governo». «L’unico motivo di rammarico - ha ironizzato il rifondatore Russo Spena - è che l’onorevole Berlusconi, contrariamente a quanto annunciato, non sia venuto. Avrebbe constatato di persona la tenuta e la saldezza della maggioranza».