Il prof vittima delle invidie di partito

Caro Lussana, vorrei rispondere all’illuminato e ultracogitante lettore Raffaele Romanengo, il quale è convinto di stabilire la sua verità forzando e stravolgendo la realtà e gettando discredito su chi ha un’opinione diversa dalla sua: una cosa è argomentare seriamente, un’altra è alzare la voce e mostrare la spocchia per dire «A basso, vile meccanico!». Quando si discute dei fatti, i fatti contano più dell’autorità vera o presunta che sia. Specialmente dell’autorità rivendicata con toni che convengono al salotto dei pensatori subalterni.
Non ho - in ogni modo - difficoltà ad inchinarmi davanti all’alta statura intellettuale e alla superiore autorità di Raffaele Romanengo e del suo suggeritore, in quanto il mio riconoscimento non modifica l’oggetto del contendere: la storia dei partiti politici italiani, infatti, continua a confermare (fino all’attesa prova contraria) l’affermazione sulla tendenza delle nomenclature partitiche italiane ad umiliare sistematicamente le qualità personali e le vere competenze. Al proposito mi permetto di citare tre esempi impressionanti: Cesare Pavese vessato e manipolato (e la sua memoria dannata e bianchettata) dall’apparato comunista; l’umiliazione inflitta ad Augusto Del Noce, che fu relegato (dalla Dc romana) in un impossibile collegio senatorale, e l’isolamento di Giovanni Volpe nel Msi.
L’apparato missino, che sta tanto a cuore a Romannego, applicò le regole della selezione alla rovescia: bocciò Volpe, geniale organizzatore culturale e magnifico mecenate, e promosse Alain De Benoist, lo scolarca neodestro, che diffondeva la curiosa dottrina dell’et... et...: è vera la dottrina della destra ed è vera l’opposta dottrina della sinistra. Risultato dell’infelice scelta compiuta dalla Dc romana fu la discesa della cultura democristiana al livello del più grigio qualunquismo.
L’esito ottenuto dagli «apparatisti» missini ostili a Volpe oggi si può leggere, senza difficoltà, nelle pagine delle pubblicazioni d’area, alluvionate dalle elucubrazioni decadenti degli ascari di Cacciari (cito la puntuale definizione dal compianto Lucio Colletti). In questi giorni, peraltro, è sotto gli occhi di tutti i liguri la discutibile scelta della dirigenza di An, che ha escluso il brillante e colto Gatti preferendogli il modesto ma disciplinato Minasso.
Non contesto, infine, il diritto di Romanengo a disistimare e disprezzare le persone che ho citato quali possibili componenti di una «squadra» per Genova. Le opinioni sono in libertà, naturalmente. Ma sarei curioso di sapere se la disistima esternata dal Romanengo è associata ad una gongolante felicità per la promozione di Minasso.