Professionisti dell’antimafia: la polemica sbarca a Milano

(...) Palazzo Marino intorno al tema dell’impegno contro la penetrazione della criminalità organizzata in città, e culminato con la surreale soluzione del «doppione» - un comitato di saggi nominato dal sindaco e una commissione eletta dal consiglio, destinati ad occuparsi esattamente delle medesime cose e con i medesimi poteri pari a zero - conferma una volta di più quella sorta di maledizione che a Milano si trascina da vent’anni e più: per cui un tema alto e nobile come la lotta alle cosche diventa baruffa politica e alla fine degenera inevitabilmente in caciara. Con il sospetto che i boss assistano alla scena senza troppo preoccuparsi, e forse financo divertiti.
Il dibattito sul tema è da sempre un po’ sbilanciato, perché chiunque osi mettere in dubbio l’utilità di un organismo comunale che si occupi di antimafia viene accusato nel migliore dei casi di sottovalutare la gravità del fenomeno, e nel peggiore di essere colluso o foraggiato dai clan. Ne sa qualcosa il prefetto di Milano Gianvalerio Lombardi, di cui venne chiesta da più parti la testa quando un paio d’anni fa ricordò che «la norma che elenca le attribuzioni del Consiglio non prevede alcuna competenza comunale in materia di antimafia, per il semplice fatto che la relativa attribuzione è affidata in via esclusiva ad organi dello Stato».
In realtà, Lombardi venne aspramente contestato anche per avere affermato che «la mafia a Milano non esiste». Poi cercò di metterci una pezza spiegando che il problema qui sono soprattutto le attività imprenditoriali dei clan, ma ormai il danno era fatto. Vale appena il caso di ricordare che qualcosa di abbastanza simile lo ha detto una manciata di giorni fa senza che nessuno si scandalizzasse il ministro degli Interni Annamaria Cancellieri («a Milano la cultura mafiosa non c’è»). D’altronde negli anni Novanta venne messo in croce - e con qualche buon motivo - il procuratore generale Giulio Catelani, al quale la mafia a Milano «non risultava». Leggendari sono rimasti gli scontri tra il sindaco Pillitteri e la democristiana Ombretta Fumagalli Carulli, membro della Commissione parlamentare antimafia, tra le prime a lanciare l’allarme sullo sbarco di Cosa Nostra al nord. Pillitteri andò su tutte le furie: con lei e con Nando Dalla Chiesa, allora semplice sociologo ma già allora attento al tema «mafia al nord». E a picchiare duro sul tema c’erano anche Basilio Rizzo e Riccardo De Corato, oggi su sponde opposte ma allora alleati di ferro nell’opposizione alla giunta di centrosinistra.
Viene da allora la polemica sui «professionisti dell’Antimafia» alla milanese, rispolverata oggi dalla Rozza contro non si capisce bene chi, visto che giura di non essersi riferita a Dalla Chiesa, divenuto nel frattempo capo del comitato antimafia del sindaco. Esistono? Che giornalisti e docenti o professionisti abbiano scelto di specializzarsi nell’indagine sulla mafia al nord, e che ne abbiano fatto un pezzo della loro carriera, non è uno scandalo. Ma forse la Rozza - e prima di lei Sciascia - se la prendevano con chi, per partito preso, professionista o dilettante, vede la mafia ovunque: e che fa danni quanto chi non la vede da nessuna parte. La mafia a Milano esiste, è potente e pericolosa, fa affari, compra voti, ammazza. Su questo non ci piove. Dovrebbe però essere lecito discutere laicamente sulla utilità concreta, per combatterla, di istituire una commissione senza poteri. Anzi, due.