Il «professor» Vecchioni fa lezione al Mazda Palace

Doveva esserci anche Branduardi ma all’ultimo momento ha dato forfeit: niente concerto, ma tante canzoni

Igor Principe

La notizia è fatta di tre elementi: il Festival nazionale dell'Unità, Roberto Vecchioni, la canzone. La conclusione è la stessa per tutti, organizzatori compresi: si tratta di un concerto. Pare confermarlo la possibilità di un ospite di riguardo, Angelo Branduardi. E il fatto che il professore-cantautore, nel pomeriggio, farà le opportune prove del suono.
Conclusione sbagliata: stasera, negli spazi allestiti tra il Monte Stella e la fermata del metrò di Lampugnano, Roberto Vecchioni non terrà un concerto. Fedele a quella che è stata, ed è tuttora, l'altra metà della sua vita professionale - la docenza di materie letterarie al liceo e all'università - l'artista milanese salirà in cattedra per una lectio magistralis su quel genere letterario di cui egli è al contempo studioso e protagonista: la canzone. Lo farà da solo, poiché Branduardi non riuscirà ad affiancarlo. Malato. «Diciamolo subito: è lo specchio di quel che pensa la gente sull'amore, sui fatti, sulle cose. Sulla vita, insomma. È il modo più limpido e diretto che conosciamo per parlare di se stessi e di ciò che ci accade».
Di quello specchio Vecchioni conosce ogni riflesso. Qualcuno è suo, e brilla di una luce ancora forte - due titoli, tra tutti: Samarcanda, Luci a San Siro. Gli altri, invece, li ha studiati e ne ha fatto un corso di studi universitari sul rapporto tra musica e parole, che ha tenuto per tre anni a Torino, uno a Teramo e che dall'anno prossimo traslocherà a Pavia. «L'argomento va molto più in là di quanto si possa immaginare - spiega -. Dalla Grecia antica muove attraverso i trovatori, il Rinascimento, le cantate del Seicento e Settecento. Poi l'Opera, da cui nasce la canzone italiana moderna. Infine, il Novecento, secolo che a questo genere ha dato tantissimo. Proporrò gli esempi opportuni e dibatterò con il pubblico. Così celebreremo la forma canzone».
Sul cui stato di salute il professore non si pronuncia con entusiasmo: «Siamo immersi in un ambiente che vive di un consumo rapido e obbligatorio, in cui il successo è un'occasione da prendere al volo e non più da maturare col tempo. Così gli autori cercano la frase chiave da unire al ritornello orecchiabile, quando invece la regola della qualità sta proprio nell'evitare l'esca, cioè il termine facile per catturare il pubblico».
Pure, la canzonetta non è invenzione recente. I tormentoni da spiaggia e l'apoteosi del bistrattato binomio «cuore-amore» risalgono agli anni Sessanta, non più dietro l'angolo. «Certo, il rapporto tra la canzone facile e quella ricercata è cosa antica - precisa Vecchioni -. Ma se prima le canzonette erano un terzo rispetto all'opera d'autore, ora il rapporto è di cinquanta a cinquanta».
Il cambiamento ha sortito i suoi effetti a tutto campo, con mutazioni genetiche anche nell'ambito che la convenzione definisce colto. «Negli anni Settanta il brano d'autore era verboso, ricco di parole con cui si volevano dire troppe cose. Ora è più rapida, c'è maggior attenzione per la sintesi».
Parole, parole, parole. Ma la musica? «Nasce con esse. Conosco pochi autori che prima scrivono il testo e poi lo suonano. Generalmente il rapporto è simbiotico, e ciascuno si sceglie i motivi che più lo interessano: Guccini, per esempio, è specialista di ballate. Certo, non si cerca una musica altissima. Bastano motivi dignitosi, interessanti. L'unica melodia che più si avvicina alla complessità dell'opera lirica è quella della Donna cannone, di De Gregori. Ma per il resto, nessuno di noi vuole riscrivere l'Aida. La musica alta - conclude - lasciamola ai sinfonici».