Il professor Zecchi: «Io preoccupato? Non direi e poi ho già un bel lavoro»

Il docente di Estetica voluto alla Cultura da Albertini è fresco candidato nella lista civica. Ma dovrà farsi eleggere

Pensare Vittorio Sgarbi assessore fa tutt’uno con l’immaginarlo alla Cultura. Tutto scontato se non fosse che in quel posto siede da non molto tempo e con qualche medaglia da esibire un altro pezzo da novanta. Stefano Zecchi, professore di Estetica alla Statale, come Sgarbi volto notissimo della tivù e chiamato dal sindaco Gabriele Albertini a sostituire il dimissionario Salvatore Carruba. Quello stesso Zecchi fresco di candidatura nella lista civica voluta da Letizia Moratti per supportare la sua corsa a Palazzo Marino. Una disponibilità a sottoporsi al giudizio degli elettori che aveva immediatamente fatto volare Zecchi in cima alla hit parade dei futuri assessori. Graduatoria da rivedere se oggi in lizza, e senza nemmeno bisogno di correre a caccia delle preferenze, spunta un altro big come Sgarbi. Personalità indubbiamente poliedrica, ma difficile da immaginare in un altro assessorato. A meno di non mettere in gioco deleghe tipo Moda e Grandi eventi. Anche loro però saldamente presidiate da Giovanni Bozzetti. Uno che ha fatto molto bene nel ruolo e che può vantare l’appoggio incondizionato del colonnello di An Ignazio La Russa.
«Sgarbi? Vedremo - ostenta sicurezza Zecchi -. Io sono l’assessore alla Cultura di Albertini. Comunque non mi preoccupo, ho già un bel lavoro». In punta di fioretto la replica. «Zecchi ha uno svantaggio - sottolinea Sgarbi -, è in lista. Deve quindi cercare di farsi eleggere, se non sarà eletto sarà in una posizione più debole. Con lui non ne ho ancora parlato, non c’è stato tempo». Già pronte, invece, alcune idee sul futuro di Milano. «In testa - assicura Sgarbi -, strappare Brera dalla gestione miope dello Stato e farne una fondazione». E poi il tentativo di «contenere» l’intervento all’Arengario di Italo Rota («il peggior architetto del mondo») e una certa voglia di urlare «Punta Perotti» davanti a opere come la risistemazione di piazzale Cadorna firmata da Gae Aulenti o al lavoro «da galera» di Vittorio Gregotti a Brera.