Il Professore abbagliato dal lampione Ici

Francesco Damato

Se il direttore Paolo Mieli potesse tornare indietro e riscrivere oggi l’editoriale con il quale il 9 aprile raccomandò ai lettori del Corriere della Sera la cosiddetta Unione di centrosinistra, dovrebbe eliminare la principale «motivazione» addotta a sostegno della sua «propensione di voto».
«Siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento», scriveva Mieli quando mancava ancora un mese al giorno delle elezioni. Una smentita più clamorosa non poteva francamente venirgli dai fatti. Non vi è stato un problema, dico uno, nel quale Prodi non sia poi inciampato per quelle che il direttore del Corriere ha chiamato «contraddizioni interne». E che sono in realtà contrasti grossi quanto una casa, che peraltro qualcuno pretende ancora di segnare, tra gli alleati di Prodi, non come un elemento di debolezza ma addirittura come un elemento di forza, utile a rendere la coalizione elettoralmente più competitiva rispetto al centrodestra.
Proprio il Corriere segnalava martedì con una cronaca minuziosa «il caso» assai singolare di Marco Pannella, impegnato a «inseguire» inutilmente Fausto Bertinotti sulla strada di una «sfida diretta» in televisione per consentire alla loro coalizione di «raccogliere più voti, diversi e differenziati». Siamo insomma ai compagnucci di merenda che dovrebbero darsele di santa ragione su un ring per portare a Prodi più voti, rispettivamente, da destra e da sinistra. Ma quelli di sinistra, non foss’altro per i seggi parlamentari che produrranno, sarebbero destinati a condizionare Prodi più di quelli di destra, anche se a Pannella rimarrà la soddisfazione di essersi visto riconoscere da Mieli il merito di avere realizzato, federandosi con i socialisti di Enrico Boselli, «la novità più rilevante di questa campagna elettorale». Bell’impresa, non c'è che dire.
Nascono dall’endemica contraddittorietà della sua coalizione gli scivoloni di Prodi sul terreno fiscale, tanto vistosi che neppure il Corriere ha potuto minimizzarli, per cui ha lamentato venerdì scorso, con la penna di Dario Di Vico, una «Babele di voci e di cifre». «Le tasse - avvertiva il vice di Mieli - possono diventare per Prodi la trappola dell’ultimo giro, la tagliola in cui rischia di rimanere imprigionato il piede dell’atleta che viene da una lunga corsa condotta in testa»: la tagliola del «partito delle tasse», nascosta tra le 281 pagine del programma dell’Unione.
La posizione di Prodi, e della sua coalizione, non è certamente migliorata dopo il faccia a faccia televisivo di lunedì sera con Silvio Berlusconi e altre interviste nelle quali il candidato dell’opposizione alla guida del governo è rimasto penosamente appeso al lampione dell’Ici sulla prima casa. Egli ha mosso milioni di euro e metri quadri di appartamenti, in vista del ripristino dell’imposta di successione preteso dalla sinistra, come piattini e tazzine sul tavolo di una seduta spiritica. Come quella tragicomica di ventotto anni fa, da lui raccontata ad una troppo compiacente o distratta magistratura per indicare la fonte dell’informazione ricevuta su Gradoli, il nome della strada romana dove c’era ancora la base operativa dei brigatisti rossi che avevano sequestrato per strada e tenevano prigioniero in un altro covo il povero Aldo Moro.