PROFESSORE AL BIVIO

La questione è chiarissima. Si può reagire alla inconsistente vittoria di Prodi, ammesso che sia confermata, in due modi. Il primo è dire: si cuocia nel suo brodo e arrechi danno al Paese finché non crollerà prendendo atto dell’impossibilità di governare, poi vada a casa. La seconda è quella di salvare prima l'Italia e non buttare con l'acqua sporca anche il bambino che c'è dentro. L’impossibilità di governare sta nei numeri del Senato, dove non si potrebbe far passare non dico una legge, ma neanche il regolamento della pensione Miramare senza un vantaggio numerico solidissimo, a causa di un regolamento che obbliga la maggioranza ad essere sempre fisicamente presente, il che è impossibile con due soli voti di scarto.
Noi stessi abbiamo detto subito: caro Prodi, così non vai da nessuna parte e ti romperai la testa contro la realtà dei fatti. Ma, questo è il punto: sarà soltanto la testa di Prodi a rompersi o quella del Paese? È di ieri la notizia che secondo il Financial Times la vittoria inesistente di Prodi proietta già l’Italia fuori dall’Euro entro il 2015, benché ­ attenzione ­ l’Italia del governo di Berlusconi abbia realizzato una clamorosa performance in termini di occupazione e di rilancio delle infrastrutture. Ma è un lavoro a metà: i posti di lavoro non bastano e se non si finisce di modernizzare l’Italia il Paese sarà retrocesso fra il Medio Oriente insanguinato da Hamas e la Spagna delle bizzarre famiglie di Zapatero, per di più a rischio secessione. Intanto il New York Times, giornale «liberal», si chiede se il soporifero Prodi «dall’apparente pace interiore» sia davvero capace di svegliarsi come la bella addormentata e governare a schiena dritta.
Né si può nemmeno dire agli italiani: avete votato male, tornate alle urne e votate in modo diverso. Dal nostro punto di vista sarebbe cinicamente vantaggioso aspettare che Prodi si rompa le ossa sulla inconsistenza politica della sua coalizione, già ai ferri corti, più grave della già grave inconsistenza numerica. Basterebbe aspettare di veder logorato il Paese e poi dire: si riportino gli italiani alle urne e li si faccia votare sulla base della loro rabbia. A quel punto il risultato attuale di equivoca parità, spogliato dai trucchi contabili, si ribalterebbe e la sinistra sarebbe definitivamente rimandata a casa.
Ma a che prezzo? Quello di aver fatto del male ad un Paese che non lo merita e che, con attese politiche diverse ed opposte, è però unito dalla fortissima partecipazione politica e drammaticamente coinvolto nella crisi.
Questo l’unico ragionamento che sostiene la proposta patriottica (e masochista) del Presidente del Consiglio il quale, anziché giocare la partita politica come una partita di «poker», ha aperto per una soluzione di pronto soccorso limpida, non inciuciata, alla luce del sole, per fare subito e insieme poche cose fondamentali per mantenere l’Italia in gioco dentro quella stessa Europa da cui la caparbietà senza vittoria dell'uomo privo di qualità, Prodi, già ci sta proiettando fuori.
Questo ci sembra un discorso adulto, civile, virile e responsabile, non da curva sud della politica, ma da statisti. C’è un ostacolo, è vero, ed è proprio lui, l’uomo del tavolo a tre zampe e delle sedute spiritiche, un uomo tanto più nevrastenico quanto più insiste nella ridicola sponsorizzazione della camomilla, incurante delle sorti del Paese e incapace di ammettere la sconfitta politica del referendum contro Berlusconi. Adesso sta a lui far vedere di che stoffa è fatto, se è un patriota o un giocatore non di poker ma di rubamazzo, con in mano soltanto scartine e nessuna soluzione per il Paese.
p.guzzanti@mclink.it