Il Professore esce dal letargo e fa autogol sull’immigrazione

RomaPrima notizia: Romano Prodi è uscito dal suo esilio cincinnatesco. Nessuna sorpresa, in Italia non si ritira mai nessuno, attendiamo con fiducia anche il ritorno in campo di Antonio Cariglia. Seconda notizia: il fondatore dell’Ulivo parla anche di politica, e non solo di Europa e Cina come ha fatto per mesi, pur di non entrare nelle beghe della politica italiana. Benissimo: ma che cosa ha in mente? Terza notizia: Prodi parla a Famiglia Cristiana, soprattutto di immigrazione. Curioso, perché il settimanale cattolico, all’epoca del suo governo, non fece sconti nemmeno a lui sul tema (anzi, gli riservò qualche bacchettata).
Dopodiché è curioso che Prodi attacchi proprio su questo tema, perché nel periodo in cui lui ha albergato a Palazzo Chigi, il centrosinistra non ha elaborato nessuna riforma in materia, dopo aver passato anni a criticare la Bossi-Fini. Detto questo, è un Prodi sorprendentemente barricadiero, quello che parla: «L’Italia - accusa - vuole gli immigrati di notte, per fare i turni in fabbrica, ma non i loro bambini di giorno». E aggiunge: «Vuole le badanti, ma solo quando badano. Poi devono scomparire». Dovrebbe forse raccontarlo anche al suo ex ministro Paolo Ferrero, che si congedò dal Welfare con una conferenza stampa mesta: «Non mi hanno fatto passare nessun progetto».
Subito dopo Prodi parla dell’incarico, affidatogli dall’Onu, per l’Africa, e dell’impegno per le missioni di peacekeeping che sono tra i compiti del suo mandato. Ma, guardacaso, anche stavolta si concede una riflessione sulla crisi finanziaria e ne approfitta per ironizzare sul ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: «Ricordo che aveva previsto che la nostra grande crisi sarebbe venuta da India e Cina. Invece è venuta da Wall Street. Dovrebbe rifletterci. Semmai la Cina sta aiutando ad arginare la crisi degli Stati Uniti». Ma non aveva detto che con la politica italiana aveva chiuso? A dire il vero sì. Eppure, il Prodi di ieri, per la prima volta dopo mesi, sembrava tornato a parlare come un politico con ambizioni di leadership e interesse al consenso: «È difficile conoscere gli esiti di una conferenza del genere prima della sua conclusione - premette - ma se si fa una nuova Bretton Woods, dobbiamo rivedere i rapporti di forza tra il dollaro e le altre monete, a cominciare dall’euro. Non siamo ancora all’utopia di Keynes della moneta unica mondiale - aggiunge l’ex presidente del Consiglio - ma è certo che ad ogni modo non si potrà non tener conto dell’esistenza dell’euro e dei grandi cambiamenti dell’economia mondiale». Orgoglioso, neokeynesiano, caustico col governo. Bene, benissimo. Peccato che sul Pd continui a tacere. Forse perché l’ironia dovrebbe essere molto più caustica?