Il Professore faccia come la Merkel: indichi la squadra

Federico Guiglia

Arriva la seconda prova elettorale per un altro governo d'Europa che ha scelto di disertare la causa irachena; e tutto lascia supporre che anch'essa, anche il prossimo voto tedesco non premierà il neutralista Gerhard Schröder. Esattamente come il recente e precedente voto francese che bocciò la Costituzione europea sconfessando la posizione «europeista» di Jacques Chirac: neppure quel voto concesse sconto alcuno al presidente in omaggio al suo anti-americanismo esibito nelle vicende di Bagdad. Nonostante, dunque, la facile popolarità che il pacifismo istituzionale aveva suscitato e può suscitare, il pacifismo non influisce sul consenso elettorale. È emozione, non decisione. Malgrado l'ovvia constatazione che gli europei preferiscano pensare agli affari propri anziché impantanarsi lontani da casa nella tortuosa ma ormai avviata costruzione democratica del dopo-Saddam, nell'ora elettorale della verità queste scelte anti-interventiste non fanno “la” differenza fra le coalizioni. Anzi, non fanno alcuna differenza e non condizionano, neanche indirettamente, il verdetto sui governi, che vengono invece giudicati per svariate altre e concrete cose: la politica economica, la sicurezza, le leggi fatte o non fatte, le riforme attuate o promesse, la personalità di presidenti e ministri. E poi c'è la «controprova», ossia il paragone che si fa tra la maggioranza uscente e l'opposizione che aspira a diventare maggioranza. Nel caso della Germania questo confronto è particolarmente incisivo, perché la favorita Angela Merkel (Cdu-Csu) ha già indicato la squadra di governo. E perciò gli elettori possono valutare ministro per ministro, sovrapponendo l'attuale socialdemocratico al potenziale dei popolari, e votando, così, a ragion veduta.
Lezione per tutti: non sarebbe male se anche Romano Prodi, quando sarà, indicasse i «ministri-ombra» di cui intende servirsi. Anche per capire l'equilibrio che avrà trovato tra le forze di sinistra (diessina, socialista, riformista e radicale) e il centrismo della Margherita nella coalizione di centrosinistra. Rivelerà alle primarie la sua «squadra di governo»? Ma il voto tedesco all'orizzonte preannuncia pure un altro dato interessante.
Stando ai sondaggi che prevedono la sconfitta della Spd, il cancelliere Schröder non sarà in tal modo riuscito a raccogliere neanche il consenso del populismo diplomatico tanto ben incarnato dal ministro degli Esteri, il verde Joschka Fischer, con la richiesta di un seggio permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La strana miscela internazionale di nazionalismo e neutralismo, la stravagante richiesta di un posto a tavola all'Onu senza neppure l'assunzione di un posto di responsabilità a Bagdad non solo non ha prodotto lo sperato risultato al Palazzo di Vetro di New York, ma neppure ha inorgoglito, cioè convinto, i cittadini tedeschi. I quali, tra l'altro, vivono la fortunata coincidenza di un Papa tedesco e, passando al profano, dei mondiali di calcio a casa loro fra pochi mesi. Eppure, salvo sorprese dell'ultima ora che gli analisti considerano altamente improbabili, tutto ciò non «salverà» i socialdemocratici dal naufragio. Questi ultimi avrebbero la speranza di tornare al governo solo con una zattera di «grande coalizione», cioè in compagnia degli odiati avversari della Cdu.
Manca, infine, la terza e finale prova della serie, quella degli spagnoli che prima o poi, quando potranno giudicare José Luis Rodríguez Zapatero, diranno se e quanto sono stati favorevolmente condizionati nel voto dal ritiro, o meglio, dalla fuga delle truppe dall'Iraq. Ma gli esempi tedesco e francese già insegnano che la demagogia in politica estera non paga mai. Neanche quando si rispecchia nell'arcobaleno, sperando di splendere di più.
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