Il Professore festeggia la vittoria che non c’è

Luca Telese

da Roma

Alla fine, se ci pensi, tutto comincia e finisce qui. Piazza Santi Apostoli, uno dei più bei tagli monumentali di Roma, ma per la politica teatro di trionfo e tragedia: la piazza dell’Ulivo, la piazza delle grandi illusioni della sinistra, quella delle bandiere vincenti del 1996, la piazza del tavolo delle candidature mercanteggiate fra i partiti che nel 2001 fu l’anticamera della sconfitta di Francesco Rutelli, la piazza di Romano Prodi e del suo Tir giallo, che ieri dominava la scena, e annunciava celebrazioni imminenti, ma restava immobile e vuoto. Piazza Santi Apostoli, piazza di passioni e speranze, ma ieri sera, troppo a lungo, senza leader, e alla fine con una vittoria proclamata senza essere raggiunta.
Già alle tre del pomeriggio, la folla di questa piazza, campione rappresentativo degli umori di un intero popolo aveva deciso di aver vinto. Di solito è il contrario: le bandiere restano inguainate fino alla certezza, i militanti affluiscono gradualmente, le finestre dei leader restano serrate fino al momento magico della vittoria, e poi si spalancano per celebrare il trionfo solo quando le emozioni riescono a far quadrare i conti con la matematica. Invece ieri no: già alle tre del pomeriggio lo schermo trasmetteva le proiezioni della televisioni, i funzionari della coalizione sciorinavano le cifre di un trionfo, si annunciava che Romano Prodi avrebbe parlato alle 18.30 per proclamare la vittoria e che solo un’ora dopo ci si sarebbe trasferiti tutti a piazza del Popolo per celebrare una festa più grande. Tutto già deciso, tutto scritto, tutto collimante: i sondaggisti ti dicono che sei in testa, i funzionari te lo confermano, i giornali di riferimento te lo scrivono, e poi, quando lo leggi dietro una transenna, dici: «Toh, vedi? Stiamo vincendo». Ancora fino alle quattro è tutto uno sciamare di grandi illusioni appese a sorrisi rassicuranti e passi sulla moquette dell’allestimento extralusso: ecco Franco Monaco, ex capogruppo dei Democratici, sereno e solare; ecco Pierluigi Castagnetti, misuratamente ottimista, come nel suo costume, ed ecco Beppe Giulietti, che è riuscito a comparire in una diretta anche dal comitato elettorale della Rosa nel pugno. Ecco gli uomini del Professore che fanno capolino in sala stampa, proprio dietro il Tir. Al coro delle certezze celebrate bisogna aggiungere i dati di conferma ambientale: qui sono state costruite le torri della celebrazione mediatica, ci sono milleduecento giornalisti accreditati, la Bbc ha una delle postazioni più alte e un funzionario dell’Ulivo ti dice sornione: «Guarda che quelli quando prendono il posto si basano sui calcoli dei bookmaker... Ti pare che si sono sbagliati gli scommettitori inglesi?». Certo, pensi, non possono aver sbagliato, e davano Berlusconi cinque a uno. Tutto torna, insomma, senonché l’architettura delle certezze inizia a scricchiolare. Le televisioni prima, il tam tam poi, iniziano a dire che non tutto è deciso: la folla fischia i rappresentanti del centrodestra sullo schermo e, subito dopo, fischia con ancora più rabbia gli exit poll. Quando arriva la notizia che il centrodestra è in testa al Senato, il ruggito sembra quello di una curva che ha incassato un rigore nella sua porta. E poi iniziano ad aprirsi le crepe nel muro di certezze: scompaiono i dirigenti di partito, i funzionari dell’Ulivo ti fanno notare: «Hai visto che risultato la lista unitaria alla Camera? L’avessimo fatta anche al Senato...». Già, al Senato Ds e Margherita sono al palo, non il 34% in due, come dicevano i sondaggi della vigilia, ma un magro 29%. E poi i bodyguard ti dicono: Prodi non scende più alle 18.30, e gli spin doctor aggiungono che sta vedendo le dirette in un salotto del centro, piazza Campitelli, casa di un’amica. E poi arriva la notizia che non si fa più nemmeno il comizio di piazza del Popolo, almeno finché non c’è il risultato definitivo. E alla fine la torcida ulivista si riscopre sofferente in un testa a testa impensato: fischi per Renato Schifani (e non poteva essere altrimenti) quando appare sullo schermo, fischi per Elisabetta Gardini. Poi, più o meno alle sette la piazza si ammutolisce e iniziano a serpeggiare le voci. Prima voce: perché il Viminale ritarda i dati della Camera? (Auto)risposta: vogliono accreditare l’idea della vittoria al Senato per i telegiornali della sera, e mettere in ombra il successo indubbio dell’Ulivo alla Camera. Seconda voce: al Senato i Ds hanno delle proiezioni diverse che danno la vittoria dell’Unione nelle tre regioni pericolanti: Piemonte, Lazio e Campania. I Ds su queste cifre faranno persino un comunicato. Ma un altro lo fa Giulio Santagata, l’uomo-macchina del Professore, che dice a nome dell’Ulivo: «Non abbiamo ricevuto risposta sulla lentezza con cui vengono resi noti al Viminale i dati ufficiali. Visto il silenzio del governo riteniamo utile invitare i parlamentari di Lazio e Campania ad esercitare la massima vigilanza presso le prefetture per ristabilire il regolare andamento del voto. Siamo preoccupati del balletto di cifre e della perdurante incongruenza di dati che ci sono forniti». Poi, mentre la serata si riempie di incertezze e colori scurissimi: «Prodi parlerà solo quando con risultati definitivi».
Ora la piazza non è più un catino incandescente, cala la sera, soffia la brezza, le bandiere restano raccolte. Inizia il valzer delle cifre, tutti danno numeri, i telefonini trillano, tutti hanno un amico scrutatore nell’Appennino dove le cose vanno bene. Prodi non si vede ma «è in contatto». I Ds continuano ad assicurare che il Piemonte è vinto, ma il Piemonte cade, come più tardi il Lazio. Si alternano l’idea del ribaltamento e quella del complotto, sulle bocche corre quel nome: ancora una volta lui, Berlusconi è lì che combatte e dà filo da torcere. C’è il Caimano, insomma, ma manca il Professore. Fino a tardi si sogna, nella piazza ribollente di adrenalina si aspetta l’ora «X», la vittoria che non arriva. All’una il Professore si mostra. Ma non è un grido, solo poche parole: «Grazie per la bellissima campagna elettorale. Il fatto che siate qui da ore è prova della nostra forza e della nostra amicizia». Fischi ai cronisti Mediaset quando appaiono sullo schermo, vittoria alla Camera, sconfitta al Senato: ma alle 2 .45 Prodi telefona a Piero Fassino che dichiara: «Abbiamo vinto». Insieme decidono di festeggiare comunque. Bandiere che ora sventolano, anche il Professore sul palco: «Abbiamo vinto. Uniti governeremo il Paese per 5 anni». E Claudio Scajola ribatte: «Cos’è, un golpe?». Già. A piazza Santi Apostoli, il Match point non è stato segnato.