Il Professore mette il bavaglio ai suoi ministri

Laura Cesaretti

nostro inviato a San Martino in Campo (Perugia)

Nomi non ne sono stati fatti, assicurano. Però tutti hanno pensato ad esempio a Vincenzo Visco e alle sue esternazioni fiscali alla vigilia del voto amministrativo, quando il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha chiesto con fermezza di imporre la museruola ai membri del governo: «Viceministri e sottosegretari non possono continuare a parlare a titolo personale, ogni dichiarazione di peso va concordata con il portavoce del ministro titolare». E Romano Prodi gli ha prontamente dato ragione: «Siete 25 ministri e cento sottosegretari, è scontato che bisogna imporre una regola chiara di comunicazione».
La comunicazione, già: è stata da subito il punto più dolente della variopinta compagine di governo al suo debutto, e la preoccupazione è che continui ad esserlo. Prodi e i suoi vogliono tentare di impedirlo, accentrando a Palazzo Chigi il controllo su ciò che deve o non deve uscire all’esterno. Per questo il suo portavoce Silvio Sircana è stato investito del compito di «coordinare gli uomini-stampa» dei ministri, e ha annunciato una prima «riunione plenaria» in settimana. E il premier vuole avere voce in capitolo anche sulle presenze tv dei suoi ministri, perché «bisogna evitare un approccio troppo intenso alla televisione, e selezionare i contenitori nei quali essere presenti, perché ce ne sono di poco efficaci», spiega Sircana. L’esempio dato da Prodi, che rifiuta di offrirsi in pasto a Vespa a Porta a Porta, deve insomma essere seguito da tutti.
Ma che il freno imposto da Prodi possa durare molto è assai dubbio: bastava vedere l’entusiasmo con cui numerosi ministri si sono gettati su microfoni e telecamere appena usciti dal conclave di San Martino, dichiarando a ruota libera. Tanto che uno dei più loquaci, Antonio Di Pietro, si è preso una reprimenda pubblica da parte di Sircana: «Prendo atto che Di Pietro ha parlato moltissimo», ha ironizzato quando i giornalisti gli hanno sottoposto le numerose proposte del titolare delle Infrastrutture (guerra agli sprechi, a consulenze e autoblù, libro bianco sugli «abusi legalizzati» della pubblica amministrazione ecc.).
L’esperienza di San Martino pare avere comunque entusiasmato Prodi, che ha annunciato che i seminari conventuali a porte chiuse diventeranno un appuntamento fisso, ed «itinerante»: almeno due all’anno, il prossimo a Nord (Milano), poi la carovana dei ministri si sposterà per par condicio al Sud (Napoli o Palermo). Quanto ai problemi e ai contrasti di merito che dividono maggioranza e governo, dal conclave non sono state partorite soluzioni: la patata bollente della bioetica è stata rinviata ad una apposita «commissione formata da ministri» che sarà coordinata da Giuliano Amato, cultore della materia con ottime entrature vescovili e dunque ben visto dall’ala cattolica. L’idea è stata proposta da Prodi dopo un vivace battibecco tra Fabio Mussi, che ha difeso a spada tratta la sua linea sulla ricerca embrionale («Ho fatto una scelta che tiene alto il nome dell’Italia in Europa») ed è stato appoggiato dalla ds Pollastrini: «È vero, ha preso una posizione saggia e molto seria», e il dl Giuseppe Fioroni: «Hai scavalcato ogni collegialità di governo». Clemente Mastella (che ha portato doni per tutti i colleghi: cravatte e foulard del suo amico stilista San Severino, accolti con entusiasmo) ha spiegato che sull’amnistia è il primo a sapere che «la decisione è di natura parlamentare, e non mi nascondo le difficoltà. Ma abbiamo il dovere di tentare», e nessuno avrebbe avuto obiezioni da fare a questa linea prudente che rinvia tutto agli accordi tra maggioranza e opposizione, tenendo fuori il governo.
Nessun accenno alla scottante partita delle nomine Rai nella relazione del ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni. Eppure c’è chi giura che nei conciliaboli riservati nei corridoi si sarebbe buttato giù un organigramma pressoché completo della tv pubblica. Che prevede Claudio Cappon direttore generale, appoggiato da Margherita e ds e non inviso alla Cdl, e Giovanni Minoli (che Romano Prodi avrebbe di gran lunga preferito alla guida della Rai) direttore di Raiuno. Alla Quercia il potente capo del personale (si parla di De Dominaci). Poi Del Noce a Raidue, Antonio Caprarica al Tg1, Michele Santoro al Tg3 e uno spacchettamento dei gr che contenterebbe tutte le parrocchie interne: Stefano Marroni al 3, Antonio Bignardi al 2 e un gran ritorno di Piero Badaloni al gr1.